Buona condotta del 2 febbraio 2019.

Si sono chiuse il 31 gennaio le iscrizioni per l’anno scolastico 2019/2020.

Dai primi dati disponibili risulta che il 55,4% degli studenti che il prossimo anno frequenterà una scuola superiore lo farà un indirizzo liceale.

I licei, insomma, si confermano in testa alle preferenze, aumentando leggermente il numero delle iscrizioni. Una crescita che va avanti dall’anno scolastico 2014/2015.

Dovrebbe essere un sollievo, specie per un professore di italiano, leggere il segno più persino nella tabella del liceo classico, e constatare che così tanti allievi decidono di proseguire il loro cammino votandosi all’istruzione liceale.

Eppure non riesco a gioire. Non saprei dire se la mia mancata gioia sia frutto di una naturale inclinazione al pessimismo, una sete che indica il bicchiere mezzo vuoto, o semplicemente un atto razionale.

Il pensiero che continua a torturarmi è quello dei miei allievi, che frequentano senza alcun profitto l’istruzione professionale. Sono loro la parte minoritaria di questo report, rappresentano il 13,6% degli adolescenti che frequenteranno la secondaria di secondo grado il prossimo anno.

Non ho bisogno di domandarmi chi siano questi ragazzi: li incontro tutte le mattina fra i banchi. Mi chiedo invece, se in un Paese, dove molti sognano di essere élite, si possa, finalmente, scardinare questa cattiva abitudine di dividere gli studenti fra buoni e cattivi già a partire dai 14 anni.

Il mio ragionamento è semplice.

Fino ali anni ’90 i licei e i professionali rappresentavano le due polarità di un sistema che vedeva negli istituti tecnici il centro funzionale. La maggior parte degli studenti frequentava con profitto la Ragioneria, il Geometra, l’Istituto Tecnico. Erano figli di una classe media ancora ben riconoscibile e capace di indicare alla prole, senza margini di discussione, il valore dello studio e dell’impegno. Se avevi qualche ambizione e contemporaneamente la paura di non essere all’altezza, potevi iscriverti in una di queste scuole. Potevi prendere tempo, sperare in qualche bravo insegnate, e dare a te stesso l’occasione di crescere e capire.

Era un Paese diverso, dove si poteva ancora sperare; una nazione che credeva nella grande industria italiana. La scuola, successivamente, ha scontato la grande crisi e studiare è diventato una scommessa.

Gli italiani sono un popolo di giocatori e una parte consistente ha accettato il rischio di frequentare il Liceo. Una volta iscritti, il vecchio Maestro, prova a convincere tutti a restare. Progressivamente i licei sono diventati ciò che erano un tempo gli istituti tecnici e i Tecnici hanno perso appeal (pur passando dal 30,7% delle preferenze dello scorso anno al 31% del 2019/2020).

I professionali sono ridotti a lumicino: oasi senza speranza del nostro sistema scolastico. I ragazzi di queste scuole vengono essenzialmente dalle periferie e molte volte a scommettere non sono loro, ma i loro genitori. I pochissimi, che dopo un lungo viaggio desertico, approdano in quest’oasi con qualche vaga motivazioni finiscono per adattarsi al clima.

Una tragedia civile dai costi spropositati.

Sarebbe ora di tornare a discutere di come studiare, invece che di cosa studiare. Sarebbe ora di riformare seriamente la secondaria di primo grado, sarebbe ora di creare condizioni migliori per gli studenti fra i 14 ed i 16 anni, impegnati nei processi d’apprendimento.

Ogni anno, a causa di qualche unità di organico risparmiata, a causa di una apartheidsempre più incomprensibile, a causa di un sistema di selezione della classe docente e della classe dirigente, a causa di strutture fatiscenti, a causa di tagli e pressappochismo uccidiamo decine e decine di adolescenti.

Sì, perché ogni ragazzo incapace allo studio, ogni persona che non riesce a trasformare il mondo in desiderio è come se fosse morto.

Apparso ne’ “Il Sabato del villaggio” su asteriscoduepuntozero.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *