Buona condotta del 27 gennaio 2019.

La scuola è ultimo rifugio della civiltà.

Sarà per questo che quando mi capita di ascoltare colleghi che pronunciano parole con nessuna premura avverto un disagio profondissimo.

E’ come se la l’ultima linea cedesse al nemico, come se la vaghezza superficiale dell’universo spaventasse l’ultimo astronauta.

E’ per questo che la vicenda del Cara di Castelnuovo di Porto appare a miei occhi indicibile. Alla memoria necessaria e alla comprensione impossibile dei sommersi e dei salvati, oggi va aggiunto l’impegno tassativo del vivere civile, attraverso il continuo esercizio della pace.

Chiunque obblighi uno studente, che frequenta regolarmente una classe di un qualunque ciclo scolastico, a spostarsi da una parte all’altra, senza attendere la fine dell’anno scolastico, di fatto sta compiendo un’azione che la lingua italiana può esprimere solo con il termine deportazione.

Qualcuno potrebbe obiettare che non v’è nessuna detenzione in un trasferimento e che i ragazzi non saranno ospitati in campi di lavoro o colonie penali. Vero, ma altrettanto vero che la libertà è un sostantivo che prevede l’assenza di ogni impedimento al moto.

O si è liberi o si è prigionieri.

Null’altro.

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Voi che vivete sicuri 
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e i visi amici:
considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome,
senza più forza di ricordare,
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore,
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca
i vostri nati torcano il viso da voi.

Shemà in “Se Questo è un uomo” di Primo Levi, Torino, Einaudi, 1993.

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