Poco più da presso

E’ nel cuore di Roma, dove l’acqua del Tevere fa compagnia ai detenuti di Regina Coeli, che il mio taccuino riprende corso di fiume, macchiandosi di memorie giovanili. 

A fianco dell’antico Palazzo Corsini, sede della prestigiosa Accademia Nazionale dei Lincei, in via della Penitenza, al numero 3, c’è un piccolo e glorioso teatro con oltre 20 anni di attività. 

E’ un teatro che ha molti meriti, oltre quello della lunga sopravvivenza dopo la fondazione ad opera di Aurora Cafagna: fra tutti il tentativo, operato dal Maestro Ennio Coltorti, di iscrivere la sala nel segno della grande scrittura letteraria e di superare l’arte del dire con una rivista di in-formazione, Stanze Segrete, appendice che aveva come obiettivo quello di far discutere personaggi di prima grandezza sulla situazione dello spettacolo italiano (Renato Izzo, Mario Scaccia, Lina Wertmuller per citarne alcuni).

Ci sarebbe già abbastanza da poter giustificare un viaggio nella Capitale, ma il motivo della mia presenza nel piccolo salotto di Stanzeè frutto di un appuntamento privato.

In scena, al terzo anno di repliche, un grande classico del teatro, il Cyrano de Bergerac, di Edmond Rostand, prodotto da DarkSide LabTheatre Company, adattamento e regia di Matteo Fasanella.

Il titolo in cartellone è di quelli che non ammettono scuse, nel tempo le interpretazioni del cadetto di Guascogna non si contano: da Gino Cervi a Pino Micol, da Gigi Proietti a Franco Branciaroli, Sebastiano Lo Monaco, Massino Popolizio, Alessandro Preziosi, da Eugenio Allegri, ad una versione musicale con l’indimenticato Domenico Modugno, fino all’ultimo allestimento che ha visto protagonista Luca Barbareschi proprio nella stagione numero cento del teatro Eliseo.

La sfida è lanciata: i giganti sono pronti a massacrare il nano e disarcionare la piccola squadra.

Arrivo a Stanze Segrete con largo anticipo. Lo spazio è vuoto, la citazione di Peter Brook, affissa all’ingresso ferisce la bacheca che avrebbe dovuto contenerla, il timore del piccolo provinciale a Roma si fa profondo: tocca a chi custodisce le chiavi del teatro prestare le parole rassicuranti del cicerone. In una cesta del bagno sono stipati diversi oggetti. Il gesto di Sabrina è uno di quelli conosciuti. Nei teatri piccoli, aperti e poi abbandonati, decine di posti strani accoglievano materiali che faticavano a trovare collocazione in pochi metri quadrati. 

Respiro, mi siedo in quel gesto, ma è davvero troppo presto per restare comodo senza provare l’imbarazzo dell’ospite. Mi congedo e faccio una lunga passeggiata sino a Campo dei Fiori: Giordano Bruno è il compagno migliore per prepararsi al ‘600, il secolo dove si colloca la storia dell’altro filosofo, naturalista, maestro d’armi e rime, musicista. 

Palazzo Farnese, via Giulia, Ponte Sisto e nuovamente su via della Lungara, pochi passi ancora e sarò solo spettatore. 

Compilo la tessera, l’associazione che gestisce Stanze Segrete si chiama Logos, attendo qualche minuto e poi entro assieme ad altri meravigliosi umani che continuano a credere al rito del teatro.

L’ingresso è sorprendente. Il piccolo luogo visitato poche ore prima non è più riconoscibile. Il frinire dei grilli, una leggera foschia ricreata con una piccola macchina del fumo, gli attori in cappa e spada imprigionati in una posa regalano alla scena apparecchiata il primo incantamento.

Sin dalle battute iniziali riconosco la traduzione dell’eclettico avvocato Mario Giobbe, ed i famosi versi martelliani: una scelta inusuale per una compagnia di giovani attori. 

L’avvio è sotto il segno della licenza. Tocco la tasca del giaccone e mi assicuro di aver spento il telefonino. E’l’unica distrazione in due ore serrate di grande teatro. L’adattamento è misurato, piegato in modo sapiente alle forze della piccola compagnia, l’interpretazione degli attori non permette critiche di nessun tipo, la superbia del testo si moltiplica nelle meravigliose suggestioni dello spazio, usato nella sua interezza coerentemente alle scelte drammaturgiche. Uno specchio sulla scena proietta il pubblico presente dentro la cornice narrativa: sistemato il barocco si può procedere nella partitura. In un momento nascono e muoiono spiriti diversi: attori e spettatori si confondono nel racconto puntuale di Alessandro Onorati, Valerio Rosati presta la voce a Le Bret, rubandoqualche battuta del pasticciere-poeta Ragueneau, la grazia tormentata di Rossana (bravissima Virna Zorzan) fa da contrappunto al maschile imperante, regalando toni inebrianti. Il celebre monologo della libertà e la cattiveria opprimente di De Guiche (Giuseppe Renzo, eccellente anche nell’uso della maschera) si riconcorrono: nelle rarissime occasioni un cui sfugge il senso ci soccorre il suono.

L’attenzione drammaturgica è spostata sulla vicenda amorosa, il clamore delle gesta del più celebre cadetto di Guascogna si adombra restando parte perfetta della messinscena. Solo durante la morte di Cristiano si ha la sensazione di tornare spettatori. Non certamente a causa di Matteo Tanganelli, straordinariamente efficace dal suo ingresso sino all’ultimo respiro, ma probabilmente per una materia drammaturgica difficile da districare.

Il finale, pur privo di pennacchio, rinnova la magia e il monologo conclusivo del Signor di Bergerac, che fu tutto e non fu niente, incornicia una serata in cui il seicento torna in forma di figura caravaggesca con Davide che tiene in mano la testa di Golia.

I saluti restano nelle secrete stanze, l’acqua al fine torna protagonista, ma non è più l’acqua dolce del Tevere.

CYRANO DE BERGERAC
di Edmond Rostand

con Matteo Fasanella, Virna Zorzan, Matteo Tanganelli, Giuseppe Renzo, Valerio Rosati, Alessandro Onorati

adattamento e regia Matteo Fasanella
scene DarkSide LabTheatre Company
costumi Rita Forzano
disegno luci Francesco Meliciani
aiuto regia Virna Zorzan
assistente alla regia Sabrina Fasanella

Produzione DarkSide LabTheatre Company

Apparso su Asteriscoduepuntozero

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