La buona condotta del terzo giorno di settembre.

Per me l’Istituto Tecnico Enrico Fermi di Castrovillari era essenzialmente, non me ne vogliano i colleghi che ci lavorano da trent’anni, un bar, un Preside e un laboratorio di teatro.

Tutte e tre le cose, a loro modo, rappresentavano dei primati, prodromi di un cominciamento.

Andiamo in ordine.

Il bar di Cavalcante era una specie di casa, un luogo inventato dal Professor Cavalcante che non aveva parenti nelle scuole cittadine (e forse nemmeno in provincia). In quel bar, oltre a trovare la grazia di un’altra madre, c’era lo spirito di un’amicizia che, fra alti e bassi, avrebbe sfidato gli anni.

Il primato di quel piccolo spazio, delimitato da una strana grata d’alluminio, viveva nell’intuizione che c’era una Calabria simile al resto d’Europa. Un bar, a scuola, io l’avevo visto solo a Villach (in Austria), in una scuola che ci ospitò per un gemellaggio alla fine degli anni 80.

Per me quel bar era il sogno calabrese e per quanto ne sapessi allora valeva quanto quello americano.

Il secondo singolare primato era interpretato magistralmente dal Preside Vittorio Castriota. un uomo spigliato, curioso, intelligente che aveva inaugurato negli ’90 il nuovo corso dell’Istituto Tecnico e si era battuto per la costruzione della palestra. Una così non l’avevo vista nemmeno a Villach.

Il Preside Castriota divenne ben presto, nel mio immaginario, un’icona della classe dirigente del mio paese; un segno, in alcune occasioni indecifrabile, della volontà e della determinazione. Fu lui che mi fece scoprire le geometrie della Flagellazione di Piero della Francesca, raccontando particolari di una copia che teneva in bella mostra nell’ufficio di Presidenza. Fu sempre lui, testardo fumatore, a farmi scoprire le sigarette sottilissime che mi ritrovai a fumare qualche anno più tardi.

Il terzo primato è ancora una volta quello del teatro. Un compagno di viaggio, che ormai compie trent’anni. Iniziò proprio dal Laboratorio del Tecnico il mio apprendistato con Massimo. Lessi per la prima volta le Troiane di Euripide e fu una scoperta determinante per il mio tempo da Wilhelm Meister, imparai da un’allieva (alcuni sanno essere anche bravi maestri) la grazia e la disperazione di Cassandra. Di lei ricordo il nome, Vittoria, e il fatto che frequentasse il corso di Chimica, dove fra qualche giorno dovrei insegnare Italiano e Storia.

Il quadro è ancora nella stanza della Dirigente, mentre il bar è chiuso. Forse, nel terzo giorno di settembre, è questo l’unico dolore di questo nuovo incontro, la vendetta più infida di una giovinezza che sperava, forse, in maniera improvvida.

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