La buona condotta del 11 marzo 2020

Nei giorni scorsi, parallelamente all’argomento di cui tutto il Paese si sta occupando, è successo un fatto su cui vale la pena fare una riflessione.

Il nostro sistema carcerario è collassato.

Qualcuno potrebbe dire che abbiamo cose più importati di cui preoccuparci (benaltrismo), qualcuno potrebbe sostenere che sono delinquenti, qualcun altro alzare le spalle davanti ai cadaveri di domenica al Sant’Anna di Modena.

Uno in meno è stato il commento più terribile che mi è capitato di leggere nei giorni scorsi: un pensiero che stenta a comprendere il tempo misurandolo ancora una volta sul valore presunto. Come se le persone che vivono in carcere non fossero esseri umani.

Mi capita spesso di discutere in classe, con i miei studenti, di questi argomenti e ogni volta mi trovo a raccontare la vicenda del Delitto di Novi Ligure. Una storia straziante che ha il suo centro in Francesco De Nardo, padre di Erika, colpevole dell’omicidio della madre e del fratellino, assieme a Omar Favaro.

Tolstoj nell’incipit di Anna Karenina scrive: «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo». 

Ecco, prima di dare giudizi affrettati provate a pensare all’ingegner Francesco De Nardo e poi leggete questo articolo di Adriano Sofri.

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PRIGIONI: IL CONTAGIO DELLE RIBELLIONI.

Domenica 8 marzo. La domenica è il giorno più triste in galera. Non ci sono colloqui coi famigliari, non ci sono attività sociali. C’è la messa, quando va bene, accoglie tutti, credenti e no, cristiani e musulmani. Per il resto, mera giacenza. Domenica ci sono state ribellioni in decine di carceri. “Ci sono stati 7 morti”: così, come in un sotto-bollettino clinico. 7 morti collaterali di coronavirus. Una volta entrato nelle prigioni, il Covid-19 dilagherebbe: il contagio della ribellione prova, ad armi impari, a tenergli testa. E’ dilagata nel giorno in cui ministri annunciavano il carcere per i cittadini a piede libero che trasgredissero alle restrizioni sui movimenti. Il carcere? Quello in cui sono accatastate 61.230 persone (persone) rispetto a una capienza teorica di 47.231 posti? In Lombardia ci sono 8 mila detenuti su 6 mila posti (teorici): aggiungetene un po’, a Lodi, in particolare. Un posto in galera oggi vale quasi quanto un posto in terapia intensiva. L’accanimento terapeutico del sistema penitenziario è meraviglioso. Portavoce di sindacati della polizia penitenziaria, che conoscono la galera e ci vivono da semiliberi, hanno avvertito: “Non si dica che quanto sta accadendo è per il coronavirus, ma è con il coronavirus, perché il grave stato emergenziale che attanaglia le carceri, i detenuti e chi vi opera, c’è da troppo tempo e solo l’improvvisazione di chi ha il dovere di gestirle politicamente, per conto dei cittadini, poteva non prevedere quello che sta accadendo in queste ore” (De Fazio, UilPA). E’ la Caporetto dell’amministrazione penitenziaria, dice Franco Corleone, che ne aveva anche lui avvertito. Il virus è la scintilla: come stare chiusi a doppia mandata durante un terremoto devastante e però lunghissimo. La sospensione dei colloqui, dei permessi, del lavoro esterno, dei rapporti col mondo. Qualcuno è evaso, ieri, per essere subito ripreso – riacciuffato, come dice il tic lessicale dei conduttori – qualcun altro ci ha provato: non era il punto. Piuttosto, lo è la risalita sui tetti, a sventolare lenzuoli e alzare pugni, con facce giovani coperte da un fazzoletto come per una mascherata simbolica, non per celarsi ma per farsi vedere. Abitatori del sottosuolo che si arrampicano al cielo, e si fanno per un’ora monumenti alla libertà. E anche, come a San Vittore, citazioni di altri tempi, altre rivolte, le prime che annunciarono che anche nei luoghi chiusi e dannati la vita continuava. La cima dei tetti è il ripudio e l’apoteosi dell’evasione. Da tanti anni la resistenza del carcere a condizioni invivibili e così riconosciute e certificate da tutti, aveva preso solo due forme: la nonviolenza, cui l’avevano lungamente educata Marco Pannella e i suoi e tante altre eroiche associazioni volontarie civili, ostacolate e intimidite metodicamente; e la disperazione solitaria, l’autolesionismo, i suicidi tentati e riusciti, le aggressioni cieche. Se no, l’inerzia ottusa di una condizione in cui guadagnarsi un metro e 80 centimetri di distanza l’uno dall’altro, un metro di distanza dal lavandino al water, era una bella utopia. Vedrete, quando sarà possibile sapere e fare un bilancio, che alla “sommossa” non partecipano tanto, né la animano, “quelli che non hanno niente da perdere”, i detenuti con le pene più pesanti e con l’adattamento più forte alla reclusione, ma quelli, la gran maggioranza, che sono giovani e hanno tutto da perdere, cui spesso restano pene brevi. E anche chi sia prossimo a uscire può esser trascinato dall’impulso alla ribellione, a fare come i suoi compagni, cui l’umiliazione quotidiana lo unisce e lo assomiglia. Hanno poco di cui disporre le rivolte carcerarie. Il fuoco, i pagliericci incendiati, le bombolette di gas dove non sono state vietate, il fumo che li intossica, il clangore dei ferri battuti, inversione collettiva del rito che più volte al giorno avviene alle finestre delle loro celle in memoria di Montecristo, i lenzuoli, appunto, adibiti a striscioni piuttosto che a cappii da impiccati, e cose da sfasciare: gli ingredienti di ogni ammutinamento quando la disciplina di bordo sia diventata insopportabile e lo scorbuto infierisca. Le vaghe e reticenti notizie di ieri dicevano di alcuni dei detenuti morti per aver ingerito farmaci, oppioidi, benzodiazepine, sottratti alle infermerie interne: tale dunque è la popolazione del carcere, pronta alla morte, non per la libertà, per la sopraddose. Rita Bernardini, che sia lodata, vuole riproporre obiettivi come l’amnistia che non hanno alcuna possibilità di realizzarsi. Ma ricorda che in carcere ci sono migliaia di persone cui resta da scontare meno di un anno, migliaia con meno di due anni e migliaia fra i due e i tre anni: cui sarebbe stato ragionevole, e tanto più è ora, applicare pene alternative che la legge prevede. La parola d’ordine inesorabile del mondo che fino a ieri si credeva libero, Diradare, Distanziare, ha nel carcere, che è in larga misura un orribile cronicario, il suo contrario forzato: il Mucchio. Non è difficile da capire. Ma il cielo mette fuori di senno coloro di cui vuole la rovina.”

Adriano Sofri

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Qui la lettura dei giornali di oggi LA PRIMA PAGINA dell’undici marzo 2020

di seguito TUTTA LA CITTA’ NE PARLA.

67 Replies to “La buona condotta del 11 marzo 2020”

  • E giusto che chi commette un reato poi debba scontare la pena. Sicuramente sarebbe un grandissimo problema se il coronavirus entrannesse nelle nostre carceri, perché troppo affollate e assolutamente inadeguate a gestire il problema.

  • Leggendo questo articolo ho pensato che questo periodo è difficile per tutti: le restrizioni colpiscono tutti ed è proprio per il bene di tutti che vanno rispettate. Non vedo il motivo per cui stabilire regole diverse in carcere. Sicuramente la vita in carcere non è facile, ma nonostante tutto il Governo ha preso delle decisioni per il bene comune, quindi non resta altro che rispettarle.

    • Il sistema carcerario, cara Rosamaria, è un mondo diverso dal nostro, che vive su equilibri fragilissimi. Voglio farti solo un esempio. quello del divieto di fumo, che non esiste solo nelle carceri. Il motivo è un motivo su cui si può discutere lungamente, ma individua una regola che non vale allo stesso modo. E’ un discorso molto complesso. Speriamo di riparlarne in aula.

  • Io penso che le rivolte nelle carceri devono essere sedati nel modo più pacifico possibile. i detenuti devono comunque non scappare. Io autorizzerei le visite dei familiari. Noi cittadini liberi oltre ad avere paura del covid 19, non dobbiamo avere paura anche dei criminali che scappano dalle carceri.

  • Questo testo ci fa capire la situazione che si sta attraversando nelle carceri italiani.I carcerati protestano perché non possono vedere le famiglie. Il motivo è quello della sicurezza: da più di un mese un virus totalmente sconosciuto ha incominciato ha diffondersi dalla Cina a macchia d’olio. Ieri alla TV si parlava di queste evasioni di gruppo. Speriamo torni la calma.

  • La vita in carcere è difficile, e l’atmosfera in cui si trova l’intero Paese non aiuta. Non possiamo continuare a giudicare chi già sconta una pena ed è stato giudicato. Dobbiamo solo ricordarci che sono essere umani spaventati come noi dal corona virus. Loro hanno un motivo in più non possono evitare i luoghi affollati.

  • Secondo me le carceri in questo momento stanno attraversando un momento di delirio, purtroppo non è facile badare a tutti i carcerati soprattutto in questo periodo. Un’altra cosa che penso e che i detenuti stiano approfittando di questa situazione per fare caos e scappare da queste strutture. Servirebbe maggior attenzione.

    • Mi fermerei sull’attenzione. Quale attenzione è stata data al nostro sistema penitenziario sino ad oggi?
      Grazie, Francesco.

  • Oramai quello del Coronavirus oltre ad essere un problema divenuto un problema psicologico. La vera paura è di non ricevere la giusta cura nel caso di contagio. Il sistema carcerario è però crollato in seguito in seguito alla decisione presa dal Governo sulla quarantena…i carcerati sono ammucchiati in edifici in cui il distanziamento sociale è impossibile. Le carceri sono stati prese da un forte istinto rivoluzionario. Aiutiamo i detenuti che sono pur sempre essere umani!

  • Il carcere è il luogo in cui ogni detenuto deve scontare la sua pena.Non bisogna però dimenticare che si tratta di esseri umani che pur avendo sbagliato, devono aver occasione di “rimediare”. Qualche giorno fa si è sentito parlare delle rivolte avvenute a causa del sovraffollamento. Questo problema delle carceri non sorge con il covid 19 ma era già presente. Chi sbaglia deve pagare, ma le condizione dei detenuti vanno migliorate per far si che queste persone vengano “rieducate”.

    • Il tema della rieducazione è un tempo centrale in questo discorso. Ogni detenzione deve avere come fine ultimo la possibilità di reinserire i detenuti nel contesto sociale.

  • Il decreto, che ordina restrizioni per limitare i contagi da Covid-19, è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nella giornata dell’8 Marzo alcuni carcerati si sono ribellati ad un sistema che non favorisce la distanza bensì il mucchio. Tra essi vi sono giovani con pene brevi che hanno tutto da perdere. Alcuni hanno “conbattuto”, fatto sentire la propria voce con lenzuola adibite a striscioni, altri hanno addirittura perduto la vita. Lo Stato, soprattutto in questi giorni di estrema tensione, ha il dovere di garantire a tutti suoi cittadini il diritto alla salute.

  • Io, sono d’accordo su tutto, ma alla rimozione della visita no. Ok che è rischioso per tutti per colpa del Coronavirus, ma c’è gente che aspetta da tanto tempo di vedere i propri cari. Le visite secondo me si possono fare tranquillamente solo che con un paio di precauzioni in più…

  • Questo testo parla della sofferenza che si ha la domenica in carcere, della sofferenza che c’è in questi giorni, e della paura che l’epidemia arrivi in carcere. Si parla di uomini non certo di animali. Chi ha un solo anno di pena da scontare non vuole farsi trascinare dal compagno a fare rivolta, non vuole morire per l’epidemia, vuole di certo semplicemente tornare a casa dalla sua famiglia e passare una domenica allegra. Per me questa rivolta che stanno facendo i detenuti è una rivolta sbagliata. La paura facendo in un momento così difficile genera ancor più disagio.

  • Il racconto che ho appena letto parla secondo me di uno degli avvenimenti più importanti che sono successi in questo periodo.I problemi dei detenuti non sono secondari.Io vedo questa ribellione dei carcerati un modo per far capire classe loro umanità e i loro bisogni. A chiunque serve poter vivere dei momenti in cui gioire, giocare e parlare con qualcuno.

  • Quello che è successo nei giorni scorsi nelle carceri italiane è a mio avviso un’altra delle carenze che il virus sta evidenziando, cioè il modo errato con cui il nostro paese ha, negli anni, gestito i nostri servizi. Mi auguro che da tutto ciò ognuno possa prendere consapevolezza di tante cose e, in particolare, i nostri governanti, capire quali sono le priorità di un paese democratico e civile che deve al primo posto garantire la dignità delle persone in ogni circostanza.

  • Secondo me i detenuti devo essere trattati bene, ma loro devono rispettare le leggi come tutti noi.

  • Io penso che i detenuti non si devono trattare da animali. Ricordarci che sono essere umani è importante: come noi anche loro sono portatori valori.

  • Penso che questo non sia il modo di giusto di ribellarsi. Vandalizzare le strutture pubbliche mi sembra una pessima idea. Per risolvere questa situazione in maniera tranquilla e soprattutto pacifica si sarebbe potuto chiedere un colloquio con il Ministro di Giustizia. La scelta di chiudere i colloqui, non far effettuare lavori esterni ai carcerati con una buona condotta è stata una scelta presa esclusivamente per tutelare la loro salute, quella dei propri familiari, del personale che lavora all’intero delle carceri ed infine di tutti i cittadini italiani.

    • Francesco, la tua considerazione è certamente corretta. Mi permetto solo di aggiungere che la condizione di incuria e di offesa della dignità dei nostri detenuti, dura da troppo tempo e che se si lasciano, puntualmente, inascoltati le grida di aiuto, le situazioni si incancreniscono, finendo per avere forme oscure.

  • Penso che appena tutto questo inferno finirà una delle tante cose che avremmo imparato e che la libertà ha un valore inestimabile.

    • La libertà è partecipazione, diceva il grande Giorgio Gaber. Ascolta la canzone, Chiara.

  • Leggendo questo articolo ho pensato che questo periodo è difficile per tutti, bisogna prendersi cura degli altri.

  • Ovviamente è giusto che chi compie un reato debba prendersi le sue responsabilità e scontare la pena assegnata dal giudice, ma ciò non significa scontarla in carceri eccessivamente affollate. Come viene detto nel testo su un 6 mila posti disponibili vi risiedono 8 mila persone. Troppe se vogliamo garantire la salute ai detenuti e ai poliziotti che li osservano, restando a diretto contatto con loro.

  • Secondo me chi commette un reato deve scontare la sua pena, ma se gli ultimi arrivati sono già contagiati dal coronavirus diventa un problema per gli altri detenuti, e scatta la rivolta. Per me chi deve scontare una pene meno inferiore ad un anno potrebbe essere mandato a casa e finire di scontare la pena agli arresti domiciliari.

  • È un periodo difficile per tutti.
    Leggendo questo articolo e vedendo anche un po’ al telegiornale penso che il problema non è nato per colpa del covid-19 ma bensì da un problema del passato, che esiste ben prima del virus.
    Io penso che la vita in carcere non la potremmo mai capire, è difficile mette a dura prova tutti coloro che ci entrano, sia mentale ma anche fisica.

  • La vita in prigione è molto difficile perché si è vincolati nella maggior parte delle azioni quotidiane. Le persone che sono in carcere devono essere consapevoli dei propri errori, ma il problema del covid-19 in prigione è un problema difficile da combattere.

    • Le carceri hanno il problema del sovraffollamento. I virus sguazzano negli assembramenti.

  • Purtroppo la società vede spesso coloro che hanno commesso dei reati come animali da allontanare completamente della società. Questo problema riguarda anche chi ha già scontato la propria pena. La situazione si aggrava ancor di più quando si è in carcere a scontare la propria pena, poiché nessuno si preoccupa della salute dei carcerati, e questo articolo ne è la conferma.

  • Per me è giusto che chi commette un reato debba scontare una pena, anche se sono persone come noi e va tutelata la loro salute evitando di far affollare le carceri, evitando così la diffusione del virus. Anche se secondo me anche loro devono capire il momento, accettando di non vedere le proprie famiglie fino a quando la situazione non sarà migliorata.

  • Ad oggi pensò e ripenso a tutto ciò che sta succedendo e mi tornano in mente due parole: tristezza e paura.
    La tristezza è per tutto ciò che accade intorno a noi, questo virus venuto da lontano e ora così vicino a noi, si è fatto largo nella nostra mente, nella nostra quotidianità, nelle nostre famiglie e fra i nostri cari. Cari, che per alcune famiglie, non si trovano vicino o addirittura non sono liberi. I detenuti, avendo appreso la notizia del virus, hanno perso la pazienza, o hanno avuto paura di non rivedere i loro parenti oppure semplicemente hanno preso la palla al balzo per creare ribellione per dire “ci siamo anche noi”! Chi lo sa davvero cosa è passato per le menti di queste persone che sono costrette a restare al chiuso, estranei ad una realtà che va avanti senza di loro. E’ forse stato un gesto di follia in un ordinario giorno che tanto ordinario non è visto che fuori c’è il caos più totale? La paura è parte di noi tutti ed è parte anche degli abitanti delle carceri, paura di non sapere come stanno le cose, paura di essere ignorati, paura di essere contagiati dal personale che esce e che entra! La paura ha sopraffatto anche noi che siamo “ liberi “ , almeno lo eravamo fino all’arrivo del Coronavirus. Anche noi stiamo sperimentando una forma di limitazione della libertà, il limite della distanza, stare a casa e quindi non poter fare una semplice passeggiata al parco con l’amica del cuore; questa è paura, paura di perdere le nostre abitudini, la nostra quotidianità, la nostra libertà! Se siamo tristi e abbiamo paura noi che siamo al corrente di ciò che succede, provo ad immaginare la tristezza e la paura di chi la libertà non ce l’ha più. La mente umana è molto fragile e nessuno conosce come possa reagire davanti a sentimenti che ci fanno cadere nella dimensione dell’incertezza.

    • Grazie, Gaia. Grazie per questo garbato ed articolato commento. Si legge, in questo scritto, tutta la tua capacità di immedesimazione e le paure che questo periodo si portano dietro. davvero grazie di cuore.

  • Bisognerebbe tutelare la salute dei detenuti quanto la nostra, evitando il sovraffollamento e magari costruendo, in futuro, più strutture se possibile.

  • Il carcere è un posto di rieducazione: dovrebbe essere molto controllato e non dovrebbe essere un posto di odio.

    • L’odio dovrebbe essere bandito dal mondo, caro Rachid. Nei luoghi di educazione, ancor di più, se possibile.

  • Credo che sia giusto far scontare una pena a chi ha commesso un reato, ma non é giusto che vengano considerati così poco. La loro salute dovrebbe essere ben tutelata!

  • A mio parere è giusto che chi commette un reato debba scontare una pena, però sono sempre persone e la loro salute va tutelata come quella di chiunque altro.

  • Il testo mi fa capire che questo é un periodo difficile, anche per le persone che sono in carcere. Esse sono persone che hanno sbagliato, ma anche loro sono esseri umani e hanno quindi speranze di rimediare e vanno trattate nello stesso modo in cui si trattano le persone che si trovano al di fuori delle carceri.

  • I detenuti sono essere umani e vanno trattati da umani, anche se non condivido l’idea di vandalizzare edifici pubblici.

  • È giusto punire chi sbaglia, però ogni essere umano ha dei diritti e non si può non ricordarsi di questi diritti in ogni occasione.

  • La vita di un detenuto è difficile, ma in questi giorni lo è ancora di più in quanto essi sono davvero completamente da soli. A causa del Covid-19 è stata sospesa la visita dei parenti. Per un detenuto vedere i propri parente vuol dire molto: un saluto vale più di mille altre cose. Capisco la loro ribellione.

  • Il testo mi fa capire che questo che stiamo passando è un periodo molto difficile anche per i detenuti e che la loro salute è importante quanto la nostra.

  • I detenuti sono persone che hanno commesso un reato e sono andati in carcere. Molti si pentono di quello che hanno fatto, ma per quello che hanno fatto scontano una pena. Non è giusto però il sovraffollamento che si trova nelle carceri. Chi ha commesso crimini deve scontare una pena, ma non dev’essere costretto a celle piccolissime e ad una detenzione inumana.

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