Il Diario dei Fantasmi. A Caccia di una messinscena. Parte I/6

C’è uno sguardo da nessun luogo che, come uno spettatore ideale, onnipresente e muto, sorveglia e muove i fili delle tante anime di Questi fantasmi, dei loro destini, delle loro inquietudini, della loro impossibile comunicazione. È lo sguardo del Professor Santanna, che, nell’opera di Eduardo, oltre ad essere un espediente formale che, alla stregua del coro nelle tragedie greche, costituisce lo spazio che l’autore si riserva per commentare gli accadimenti, è l’occhio vigile e impietoso dello spettatore universale. Quest’ultimo entra prepotentemente in scena senza mai apparire, diventa il contrappunto perfetto del protagonista Pasquale Loiacono, ma anche e soprattutto si impone come termine dialetticamente necessario al farsi della messa-in-scena, della rappresentazione stessa come “evento”. Dalla sua immobile “oscenità” – per assecondare una vulgata etimologica tanto infondata quanto suggestiva – il Professor Santanna sembra domandare, dall’inizio alla fine: quali fantasmi?

La domanda prende corpo innanzitutto nell’apparizione di oggetti inanimati, che fanno irruzione sulla scena con la forza di un’epifania. “Quali fiori?”, domanda un’anima perduta. “Questi”, risponde un’anima inquieta. E nuovi scenari si spalancano. 

Quante volte, nelle nostre esistenze, l’apparizione di un oggetto incarna la possibile rivelazione di un fatto, di una verità? In Questi fantasmi tale epifania viene affidata ad un mazzo di fiori, che diventa lo snodo drammaturgico fondamentale di una commedia tutta giocata sull’ambiguità. I fiori sono il “segno” della presenza di Alfredo, la cui apparizione va a privare di ogni ambiguità la percezione dei fatti da parte dello spettatore, fornendogli una spiegazione razionale che sottrae i fatti al soprannaturale. Ma, in misura inversamente proporzionale, per il protagonista l’apparizione dei fiori ha la portata di un’epifania di segno opposto, che diventerà rivelazione piena e definitiva con l’apparizione di un altro oggetto inanimato: un pollo arrosto. Qui Pasquale Loiacono abdica al soprannaturale, abbandonando, così sembra, la via del Logos. In realtà, questa perfetta e speculare simmetria viene immediatamente spezzata da un nuovo dubbio che assale lo spettatore e rende inquietante il disincanto appena raggiunto. Se allo spettatore è ormai chiaro che il fantasma altri non è se non l’amante di Maria, lo stesso si domanda: ma Pasquale è davvero un ingenuo credulone o è un cinico approfittatore? Da quale fantasma è “agito” il protagonista? Dal suo fantasma benefattore, che gli fa trovare i soldi nella tasca della giacca, o dal fantasma della miseria, che lo induce a chiudere entrambi gli occhi di fronte all’infedeltà coniugale?

L’apparizione rivela e vela insieme, trasferendo l’ambiguità dal piano della dialettica Reale/Irreale a quello morale e motivazionale che investe il protagonista.

Ciò che appare svela e vela. Dunque: quali fantasmi?

Quando ero piccola, nei mesi estivi, trascorrevo parte delle vacanze nella grande casa di campagna di mio padre e, puntualmente, ogni sera, mi sottoponevo ad una prova di coraggio: fissavo da una delle due ampie finestre della mia cameretta un punto preciso del lungo viale fino a quando non appariva un fantasma. La prima volta la spettrale figura si era manifestata grazie alla forza di persuasione di una bambina poco più grande, la quale aveva pensato bene di trascorrere la notte in cui ci era stato concesso di dormire insieme raccontando una storia bellissima e tremenda. La storia era culminata con noi due dietro i vetri e lei, la grande affabulatrice, che puntava il dito verso il viale, intimandomi di guardare bene in quella direzione. E insisti e insiti alla fine il fantasma lo avevo visto davvero! Non era, la mia, una resa al soprannaturale, ma la sconvolgente scoperta del potere della nostra mente. Nemmeno per un attimo, di questo sono sicura, avevo creduto all’esistenza del fantasma, ma questa persuasione non mi risparmiava la paura, anzi! La presenza era raccapricciante e mi terrorizzava ogni qualvolta io, con perversa tenacia, la evocavo dal buio del viale. Morivo di paura, ma mai e poi mai avrei chiesto a mio padre di accompagnarmi a letto. Confessargli la mia paura avrebbe comportato il rischio, assai più doloroso, di deluderlo. Allora, ogni sera, salivo le scale con passo solenne e respiro trattenuto e, entrando in camera, mi sottoponevo alla prova e alla tortura. Sottrarmi, a lungo, fu semplicemente impossibile. Ciò che si rivelava non era una realtà “altra”, ma la forza prepotente dei fantasmi che ci portiamo dentro.

Dall’inquietudine della bambina all’inquietudine di Pasquale Loiacono, anche se sono trascorse diverse decadi, il passo è breve. L’inquietudine di Pasquale è la mia, la nostra inquietudine. I fantasmi li creiamo noi, anzi, come dice il protagonista alla fine del secondo atto, “i fantasmi siamo noi”, che saremo sempre ospiti inattesi, desiderati e temuti, delle nostre stanze interiori.

Questi fantasmi è quindi anche l’occasione tardiva di un’anima perduta. È il venire a patti con il proprio doppio. Ma, soprattutto, è la messa-in-scena che scommette su una ripresa che non vuole essere meramente un ritorno al “prima”, ma l’inizio di un nuovo fare. Questi fantasmi è le sere trascorse a provare. È l’attesa e la paura. È la gratitudine che provo nei confronti di chi per la prima volta, non molto tempo fa, mi ha fatto provare la magia del teatro e verso chi mi ha dato l’opportunità, oggi, di condividere l’impegno, ma anche la pazza gioia, con le altre anime che tre volte a settimana popolano gli stretti locali di Via Miraglia. Questi fantasmi siamo noi. Noi significa noi, che proveremo a dar voce ai fantasmi di Eduardo, e voi,che a questa voce darete un senso. A tutti voi, per una sera nelle vesti del Professor Santanna, spetterà, infatti, il compito più impervio e decisivo. A voi l’ardua sentenza: quali fantasmi?

… da una pagina di un’Anima Perduta.

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Una canzone… quale?

Questa!

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