La condotta di noi genitori al 3 febbraio 2020

L’ultimo giorno di gennaio è apparso su Repubblica, a firma di Salvo Intravaia, un articolo che fa il punto sulla partecipazione dei genitori negli organi collegiali delle istituzioni scolastiche.

E’ un articolo che merita una pagina di questo diario perché si occupa della fuga dalla scuola di chi invece ne dovrebbe condividere l’orizzonte: padri e madri negli ultimi trent’anni hanno partecipato sempre meno ai momenti istituiti dai decreti delegati del 1974.

Si potrebbe battezzare il fenomeno come una nuova indifferenza delle famiglie, ma le cose sono più complesse e forse addirittura più allarmanti.

Salvo Intravaia annota nel suo articolo gli ultimi dati forniti dal Ministero dell’Istruzione, riportati nei Rapporti di autovalutazione degli istituti relativi al triennio 2019/2022. Le cifre sono quelle di un vero e proprio disimpegno delle famiglie italiane sul fronte della rappresentanza scolastica. Nelle scuole elementari e nelle medie la partecipazione, in circa trent’anni, si è quasi dimezzata: passando dal 40% della fine degli anni ’80, a poco più del 25% di oggi. Non va meglio nelle scuole superiori, dove le già basse percentuali di genitori che partecipavano alle elezioni dei propri rappresentati hanno subito, nello stesso periodo, un ulteriore crollo: dal 16% al 10% circa.

Prima del 1974 la scuola era territorio esclusivo degli insegnanti e non sono certo che il presidio fosse più sicuro di quello delineato dai decreti delegati.

La presenza dei genitori nei luoghi della decisione è stata una scelta sacrosanta: l’apertura alle famiglie, per almeno un decennio, ha migliorato la qualità della scuola italiana, rendendola davvero un luogo aperto alla società civile. Un polmone della democrazia, avrebbe detto Piero Calamandrei.

Il paradosso di oggi nella maggior parte delle istituzioni scolastiche è dato dalla scarsa rappresentanza coniugata all’egoismo di una pressione interessata. Molti genitori non si occupano più del sistema scolastico, di condividere le regole, gli obiettivi, di fissare traguardi desiderabili, di creare occasioni d’incontro, ma piuttosto del loro figlio (tante volte unico).

Le discussioni sull’insegnamento non hanno come fine quello di innovare, di cercare farmaci ai mali che affliggono la scuola pubblica, battere l’abbandono scolastico, ma piuttosto sono l’anticamera dei tribunali, sempre più spesso chiamati ad esprimersi su bocciature, voti, valutazioni disciplinari e via discorrendo.

I genitori probabilmente dedicano più tempo alla scuola dei propri figli, ma lo fanno scrivendo sulle chat di WhatsApp o leggendo sui social media.

E’ una partecipazione istintiva che spesso complica le cose invece che migliorarle. Del resto i banchi non sono alieni ai fenomeni di cui ci occupiamo ogni santo giorno.

Se siamo capaci di vendere informazioni di terza mano come nuove, se siamo in grado di trasformare la giusta attenzione in psicosi, se ci lasciamo sfuggire gli argomenti per inseguire le opinioni, allora è chiaro che il problema non è tanto la partecipazione, ma piuttosto la consapevolezza.

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