Buona condotta del 30 novembre 2018.

Lunedì scorso ho fatto una partitella di pallavolo con i mie studenti di prima. Non ho avuto il tempo di raccontarlo, stretto fra riunioni dipartimentali e ricevimento dei genitori, ma è certamente questo il fatto più importante della mia settimana lavorativa.

Partiamo dal principio.

Il primo giorno della settimana è il mio giorno libero. Ogni docente ne ha uno. Generalmente è un giorno in cui mi capita di programmare lezioni, correggere verifiche, sistemare il materiale che va e viene dalla scuola.

Un giorno per mettere ordine. Amo l’ordine: un mondo in cui tutto sia silenzioso e immobile e ogni cosa al suo posto estremo, sotto la polvere estrema.

Questa volta avevo da restituire dei quaderni corretti nel fine settimana e ritirare alcuni compiti. Lunedì scorso era giornata di elezioni. Rinnovo del Consiglio d’Istituto per il triennio 20018/2019 – 2019/2020 – 2020/2021, così recitava la circolare.

Dopo aver lavorato un po’ a casa decido di recarmi a scuola per sbrigare queste piccole incombenze: roba di routine, essenziale nella mia professione.

Per arrivare a scuola impiego circa cinque minuti. Il parcheggio proprio di fronte all’ingresso. Saluto il collaboratore davanti l’uscio ed entro. Direttamente in prima. La porta è chiusa, ma non si sente voce alcuna. 

Accenno a bussare senza convinzione. Troppo silenzio. La classe è vuota: non ci sono gli allievi.  

E’ difficile dare conto del respiro del silenzio in un’aula dove questo è merce desiderata.

Poggio i quaderni sulla cattedra e vado via. Li troveranno al loro ritorno. Nemmeno il tempo di voltare l’angolo del corridoio e ci ripenso. Voglio consegnarli io. Devono vedermi. Vado a ritirare i compiti in seconda, voto per Consiglio D’Istituto e poi torno.

In seconda è facile gioco, il voto più complicato. Mi dicono che la prima è in palestra.

Li raggiungo lì. 

La palestra della mia scuola è vecchia e brutta. Il rumore è assordante, l’odore è quello tipico delle palestre: sudore e polvere

Poggio i quaderni, tolgo la giacca e chiedo in quale squadra debbo giocare. M. mi dice immediatamente che se vince vuole un otto. Rispondo che è un ipotesi remota. La collega di educazione fisica sorride e fischia.

La partita è iniziata e da oggi io sono almeno un paio di punti avanti.

Troppo poco per cantare vittoria.

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Gentilissimo sig. D’Avenia, ho molto apprezzato il suo bell’articolo di domenica scorsa su La Stampa e condivido gran parte delle sue considerazioni. Faccio solo una fatica tremenda a riconoscere nei giovani che lei descrive, i «giovani» che ho davanti a me tutti i giorni. Io insegno elettrotecnica in una scuola professionale. Diciamola tutta: sono un docente di «serie B» che insegna in una scuola di «serie B» e le assicuro che questo non è vittimismo, ma una semplice constatazione. Nelle nostre scuole, (almeno qui in provincia, nelle grandi città non saprei) non si iscrivono più i ragazzi che una volta ultimato il percorso dell’obbligo vogliono imparare un mestiere, ma coloro che per una ragione o per l’altra non riescono a fare nient’altro e sono obbligati a raggiungere i dieci anni di scolarità. Un tempo era diverso, lo so.
Oggigiorno, quelli che davvero hanno «passione» per un lavoro pratico e si iscrivono a un percorso professionale, sono all’incirca il 30%. Gli altri vengono da noi, le ripeto, perché «è più facile», «non c’è tanto da studiare», «sa, mio figlio non ha voglia, per cui…». E noi ci ritroviamo in classe accozzaglie di ragazzi vuoti, demotivati, disinteressati, annoiati, nervosi, violenti, problematici in tutti i sensi e non abbiamo sufficienti risorse e aiuti per gestirli. Quest’anno io ho una media di 28 ore settimanali in 13 classi diverse. Ci sono classi dove ho paura ad entrare, nonostante il mio metro e 84 e i miei 45 anni. Abbiamo gruppi di 25-30 ragazzi stipati in spazi ridottissimi, fra i quali ci sono ragazzi che non sanno fare una moltiplicazione, non distinguono un angolo da 60° da uno di 90°, non hanno mai né materiali scolastici, né la minima intenzione di utilizzare il cervello per imparare qualcosa di diverso dell’arrotolarsi una cicca: semmai si cimentano nel trovare un nuovo insulto da dedicare alla mamma o alla sorella del compagno. O al loro sport preferito: dormire. Sono vecchi, morti dentro, sembra abbiano vissuto tutto e nulla possa più sorprenderli. Lo scoraggiamento arriva dopo che hai adoperato tutti i metodi possibili per incuriosirli, per far lezioni non noiose e hai usato computer, fantasia, «cooperative learning»… insomma tutto quel che i tuoi limiti ti consentono e ottieni in cambio soltanto maleducazione e menefreghismo. Ti arrendi e ti stupisci di come descrivono i giovani gli altri. Quelli che vedi tutti i giorni sono altra cosa.
Sa… io ho due figli adolescenti, di 15 e 17 anni. Mi meraviglio che leggono, studiano, fanno sport, capiscono quello che dico e mi stanno ad ascoltare, mi lasciano perfino finire di parlare, prima di obiettare o di mandarmi a quel paese. Così dò loro la colpa di non avermi «allenato»: dovevano essere più problematici, sarei diventato un insegnante migliore. Perlomeno avrei condiviso un modo di «guardare» dentro ai giovani che mi piacerebbe poter fare, ma che non mi riesce. Una barriera invisibile mi divide dai «giovani» di tutti i giorni. Li sfoca. Come faccio a sognare un futuro con «giovani» così? Vorrei tanto essere Pennac…
S.B.

Chi vuole può leggere qui la risposta di Alessandro D’avenia in profduepuntozero

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