Buona condotta del 12 novembre 2018.

Il primo Consiglio di classe è ben peggiore del primo Collegio dei  docenti. Visti da vicino siamo ancora più mostruosi.

La deformità è la vera protagonista di queste riunioni. Ci hanno sfigurato, siamo diventati pavidi, ci hanno lasciato maltrattare da ingegneri che tengono corsi sulla sicurezza in un italiano malfermo, da genitori protettivi ricchi di unici figli, da Dirigenti impegnati a collezionare targhe, da studenti che non hanno mai imparato il congiuntivo.

Manchiamo di sangue: l’ira dovrebbe essere il nostro peccato, ma abbiamo finito per sprecarla con i deboli; lo stomaco ha digerito l’ultimo rimprovero e gli occhi, pian piano, hanno spento il degrado in cui continuiamo a muoverci.

Con cento mani portiamo scartoffie, che impediscono i nostri movimenti. Camminiamo azzoppati dalla burocrazia delle competenze. UDA terribili dilaniano un fegato, che torna a crescere ogni notte per moltiplicare i patimenti.

Non siamo più niente.

Tutte le ore sono buone per i mostri, tutti possono darci la caccia.  Venuta meno la capacità di ascoltare, le creature che avevano la lingua furono messe a tacere. Alcuni si ostinavano a produrre suoni, pur avendo la lingua mozzata. Gli fu cucita la bocca. Ai pochi che sapevano scrivere venne chiesto di programmare.

In pochi anni furono solo ce­neri.

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A quel tempo il crimine era per me ancora un male lontano; bontà e generosità mi stavano sempre davanti agli occhi, suscitando in me il desiderio di diventare anch’io un attore su quel palcoscenico movimentato dove tante qualità ammirevoli erano chiamate ad esibirsi. Ma nel fare il resoconto dei miei progressi intellettuali, non devo tralasciare un avvenimento che ebbe luogo quello stesso anno all’inizio di agosto.

Una notte, durante la mia solita visita al bosco vicino, dove raccoglievo da mangiare per me e legna da ardere per i miei protettori, trovai per terra una sacca da viaggio di pelle che conteneva diversi articoli di vestiario e alcuni libri. Afferrai avidamente la preda, e tornai al mio capanno. Fortunatamente i libri erano scritti nella lingua di cui avevo appreso gli elementi: erano il Paradiso perduto, un volume delle Vite di Plutarco I dolori del giovane Werther. Il possesso di questi tesori mi diede un immenso piacere; ora, mentre i miei amici erano occupati nelle loro solite attività, studiavo di continuo ed esercitavo la mia mente su queste storie. Mi è difficile farti capire l’effetto di questi libri. Produssero in me un’infinità di nuove immagini e sentimenti, che a volte mi sollevavano fino all’estasi, ma più spesso mi gettavano nella più profonda depressione […]

Mentre leggevo, però, mi trovavo a fare continui riferimenti ai miei sentimenti e alla mia condizione. Mi scoprivo simile, eppure stranamente diverso, dagli esseri di cui leggevo o di cui ascoltavo la conversazione. Provavo comprensione per loro, e in parte li capivo, ma la mia mente era informe; non dipendevo da nessuno e non avevo relazioni con alcuno. “Il sentiero della mia scomparsa era aperto”, e non c’era nessuno a piangere la mia fine. La mia persona era ripugnante, la mia statura gigantesca: cosa significava questo? Chi ero? Che cosa ero? Da dove venivo? Qual era la mia destinazione? Queste domande ritornavano continua mente, ma non ero in grado di dar loro una risposta.

Frankenstein, di Mary Shelley, traduzione di C. Zanolli e L. Caretti, Milano, Mondadori.

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