KuroKo. V giornata di Primavera.

Mi capita, di tanto in tanto, di usare l’espressione è uno spettacolo. Lo faccio quando la meraviglia entra nel corpo vivo di uno sguardo; lo faccio quando il desiderio nascosto s’approssima alla sua realizzazione. Il rischio della locuzione sfiora la retorica e per questo presto attenzione a non arrischiarmi al filo teso di quella parola con frequenza.

Come Suor Lidia provo a spiegarmi.

Parlare di scuola non è cosa semplice: le campanelle sono pezzi di carne strappate alla gioia di un pallone. Insegnare ed imparare sono verbi che si si coniugano sin da piccoli: pescare il passato da quei verbi sembra gioco facile, come il timore di rompere i vetri di un paio di occhiali.

All’istituto “Suore di Carità”, gli occhiali sono la prima potente metafora di una bambina che viene alla luce, strappata ai genitori, poi cancellati con un gesto di spugna dalla pièce.

La fatica del leggere, dello scrivere e del camminare deve fare presto i conti con la paura dell’errore che trasforma i corpi degli allievi in pezzi di legno.

Dì lì in poi è una corsa spettacolare tra Kantor e Tabori, quei pezzi di legno nella scia nera di una suora che li fa scrivere e tremare, respirare e leggere, tra rumori di matite e il piscio del terrore.

Il pelo del dettaglio, forse lo stesso della terribile maestra, diventano il gesto inscenato del deus ex machina, che accorre in scena a cambiare le stagioni e coprire le marionette di Fiammetta Mandich, ormai corpi vivi da proteggere. La vocazione cambia la punizione in cura.

Il finale necessario e cattivo (per uno spettatore come me letteralmente incantato) non spiega, non incorona, non argomenta, non conclude, passa indifferente come il vento e spegne la luce.

La classe di Fabiana Iacozzillo è letteralmente uno spettacolo. Non ci sarebbe da aggiungere null’altro se non la straordinaria meraviglia di un’arte in cui ognuno è chiamato non a rispondere, ma a respirare.

Il Festival farebbe bene (se la compagnia è libera da impegni) a replicare sino all’ultimo giorno.

Lavori così belli sono rari, come la salvezza dalla propria infanzia.

TESTI (approfondimento)

Tadeusz Kantor, La Classe Morta, Feltrinelli Editore.

SPETTACOLO

LA CLASSE. un docupuppets per marionette e uomini

uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli | CrAnPi
collaborazione alla drammaturgia Marta Meneghetti, Giada Parlanti, Emanuele Silvestri, collaborazione artistica Lorenzo Letizia, Tiziana Tomasulo, Lafabbrica
performer Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti
scene e marionette Fiammetta Mandich
luci Raffaella Vitiello
suono Hubert Westkemper
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
assistenti alla regia Francesco Meloni Silvia Corona Arianna Cremona
foto di scena Tiziana Tomasulo
consulenza Piergiorgio Solvi
un ringraziamento a Giorgio Testa
produzione e comunicazione Giorgio Andriani e Antonino Pirillo
co-produzione CrAnPi Lafabbrica Teatro Vascello Carrozzerie n.o.t  con il supporto di Residenza IDRA e Teatro Cantiere Florida/Elsinor nell’ambito del progetto CURA 2018 e di Nuovo Cinema Palazzo e con il sostegno di Periferie Artistiche Centro di Residenza Multidisciplinare della Regione Lazio
Un ringraziamento speciale ai compagni di classe

La classe, foto di Angelo Maggio
La classe, foto di Angelo Maggio
La classe, foto di Angelo Maggio

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