Buona condotta del 6 novembre 2018.

Finalmente sono tornato a fare il mio mestiere.

Dopo l’assegnazione provvisoria, comunicata dal CSA di Cosenza, lunedì 8 ottobre (doveva avvenire improrogabilmente entro il 31 agosto), ho finalmente degli allievi. Sono servite altre tre settimane alla scuola di destinazione per assegnarmi le classi, ma adesso sono nuovamente un insegnante di italiano e storia.

Anche nella scuola vale la massima chi tardi arriva male alloggia. Ci si deve accontentare di quel che rimane, generalmente classi complicate, o intere sezioni di una determinata istituzione scolastica.

E’ sorprendente riscoprire ogni anno l’attitudine consortile della scuola pubblica italiana e annotare sul taccuino del professore la distanza fra scuola narrata e scuola reale.

Ho una discreta esperienza e, avendo lavorato in istituti ben più difficili di quello che mi è toccato in sorte quest’anno, la cosa non mi spaventa.

Avrei preferito una prova meno complicata, ma è inutile recriminare. Ci sarà da sommare alle complicazioni dell’insegnamento, l’incognita dei nuovi scenari lavorativi e i rapporti tutti da costruire con i nuovi colleghi. 

Una delle classi che mi è stata assegnata ha in elenco 38 allievi. Uno di loro, Riccardo, è uno studente certificato con Legge 104/92.

L‘articolo 5, comma 2 del DPR 81/09 stabilisce che le classi iniziali delle scuole ed istituti di ogni ordine e grado, ivi comprese le sezioni di scuola dell’infanzia, che accolgono alunni con disabilità sono costituite, di norma, con non più di 20 alunni, purché […]

Bastono un di norma e un paio di purché per vanificare l’intero impianto legislativo. Se poi si aggiunge qualche studente che s’iscrive alla spicciolata ed il sacrosanto obbligo scolastico si comprende perfettamente che il numero a cui si potrebbe arrivare, se non fosse per la denatalità italiana, è tecnicamente vicino all’infinito  (a Modena, in una scuola serale avevo una terza con un elenco che sfiorava i 50 allievi).

In verità molti non frequentano.

Pur figurando in elenco hanno cambiato scuola, diventando il  mio personale patrimonio immateriale. Ad ogni appello mi capita di tratteggiare un volto, disegnare uno sguardo, assegnare un colore. Non li vedrò mai, non capiterà mai di incrociarli nel centro della città o in un ristorante: sono le mie occasioni mancate.

Oltre a Riccardo, in aula si segnalano tre casi di allievi con Disturbi Specifici dell’Apprendimento e almeno altrettanti allievi con Bisogni Educativi Speciali. Ragazzi fragili che richiedono una personalizzazione dei percorsi e un’attenzione specifica, impossibile da garantire nella sciarada quotidiana che spesso costringe l’insegnante a tutore dell’ordine.

L’aula in cui sono collocati gli allievi è la più grande della scuola, ma non grande abbastanza da levare tutte le preoccupazioni. Le prime due file di banchi sono pericolosamente vicine alla porta d’ingresso e tre finestroni, che si aprono internamente alla classe, sfiorano pericolosamente i volti degli studenti.

In diverse occasioni quelle finestre sono teatro di vere e proprie epifanie, allievi sfuggiti al controllo di insegnanti e collaboratori che si producono in numeri da mangiatori di fuoco o più semplicemente da spalancatori di finestra. Pure la porta d’ingresso, scardinata, si presta al gioco manifesto del chi vedo.

L’istruzione è un bene superiore a qualsiasi impedimento, ma i dettagli spesso decretano le vittorie o i fallimenti.

Fossimo almeno capaci di educare all’inevitabile sconfitta, sarebbe un successo.

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Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con metodi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù …

Il primo stralcio è attribuito a Rosaria Gasparro, maestra.

Il secondo stralcio  è di P. P. Pasolini 

In rete interamente ed erroneamente attribuita a P.P.Pasolini

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