Buona condotta del 19 dicembre 2018

E’ di ieri la notizia che i Nett, ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, sono in aumento. In aumentano anche le uscite precoci dal sistema scolastico: per la prima volta dopo dieci anni di ininterrotta diminuzione.  I dati 2017 ci dicono che i giovani di 18-24 anni con la licenza media che non sono inseriti in un percorso di istruzione o formazione sono il 14% (erano il 13,8% nel 2016).

E’ un dato preoccupante se si pensa che tra gli obiettivi del Piano strategico Europe 2020 c’era anche quello di portare il tasso di abbandono scolastico al 10%.

Obiettivo fallito. Ancor di più al Sud, dove gli studenti che abbandonano la scuola sono più di 18 su 100.

I fallimenti restano un’opportunità: dal basso della mia piccola trincea, con gli occhi semichiusi del professore di provincia penso a tre salti che la scuola italiana dovrebbe fare prendendo la rincorsa.

Il primo: quello di una riforma immediata dei ritmi scolastici. Lezioni che durino al massimo 45 minuti (ci si potrebbe arrivare alle superiori gradualmente): lasciando invariato il quadro orario si potrebbero avere più incontri con l’insegnante di disciplina, anche se con tempi minori per lezione. Più tempo scuola: pause lunghe, discussioni con i compagni, ingressi flessibili (rispettando la durata media di frequenza), rapporto stretto con un tutor di classe, scelta di attività integrative inserite nel piano di valutazione dell’allievo.

Il secondo salto: da classi di 20/25 allievi a classi con 12/15 allievi. La scuola non ha nessuna possibilità se non comprende che l’unico sentiero possibile è quello laboratoriale. La strada stretta del piccolo numero è l’unica percorribile.

Il terzo ed ultimo salto riguarda la qualità degli insegnati. Non è possibile nessun cambiamento se non si trova il modo di arruolare i migliori. 

Mi capiterà di tornarci.

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Sempre felice di rivedermi. Il principale, un gorilla nato in cattività, mi guarda di sottecchi, pare sospettoso, non so di che cosa, quasi tema che io possa denunciarlo alla Guardia di Finanza per sfruttamento minorile. Gli altri operai, impegnati nelle loro incombenze, non si curano di noi. Mentre io discuto con chi gli ha fatto il contratto da apprendista, il ripetente resta accanto, allampanato, percorso da uno strano imbarazzo.

Andiamo a prenderci il caffè in un bar lì vicino.

Adesso parliamo da uomo a uomo.

-Sei soddisfatto di quello che stai facendo?

-Come no?

-E’ tutto ok?

-Perfetto.

-Sicuro?

-Ce poi giurà, professo’?

Allora non ti lamenti?

-Sto ‘na favola

Le nostre battute sono talmente convenzionali da sembrare già registrate sul nastro. Sotto la maschera si nascondono i pensieri che ci attraversano. Lui potrebbe aggiudicarsi il primo premio in una fantastica gara: quella del disincanto e dello scetticismo nei confronti delle magnifiche sorti e progressive (che non ho avuto il tempo di spiegargli). Io rifletto sulla ubiquità degli esistenziale degli adolescenti, i quali non abitano mai davvero dove si trovano, magnificamente sfiancati da una corsa che li spinge altrove. Tornando indietro verso il capannone, non sembriamo più maestro e scolaro, neppure padre e figlio, bensì meccanico e cliente. Ma queste sagome non riescono a trattenere la potenza del nostro rapporto. Le sentiamo incongrue. Me ne rendo conto al momento del saluto ma soprattutto quando, sfruttando una lunga sosta al semaforo, rileggo il foglio che mi aveva dato a scuola:un elenco di borgate romane. 

“Trullo, Tiburtino, Torre Spaccata, Ponte Galeria, Isola sacra, Corviale, Portuense, Alessandrino, Centocelle, Casilina, Giardinetti, Tor Bella Monaca…”

Strade consumate, strade perdute, strade bucate…

Era questo l’addio del ripetente.

Elogio del ripetente di Eraldo Affinati, Milano, Mondadori, 2015.

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