Buona condotta del 17 ottobre 2018

A scuola la cosiddetta circolare rappresenta la forma di comunicazione interna per eccellenza. Il Preside, oggi Dirigente, attraverso questo dispaccio, fornisce disposizioni, chiarimenti, comandi al personale docente e non docente. Essa è usata anche per inoltrare messaggi direttamente agli studenti e alle loro famiglie.

Nella mia decennale carriera di insegnante avrò letto  diverse migliaia di circolari. Nessuna di queste senza ambasce.

Quella di questa mattina era breve, stringata e scritta in maniera straordinariamente efficace. A chi avesse avuto dalla sua la pazienza di leggere e gli strumenti linguistici adeguati non sarebbe sfuggita l’esattezza del messaggio.

Eppure, esiste nella scuola (e non solo) una furia interpretativa che vanifica ogni sforzo. Nessuno pare resistere alla tentazione di aggiungere un pronome personale ad ogni assunto.

Appena fuori dalla penna della presidenza, qualcuno disconosce un termine, altri studiano un aggettivo, tre collaboratori la inchiodano in bacheca.

Il gioco è fatto.

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L’imperatore – così si dice – ha inviato a te, al singolo, all’umilissimo suddito, alla minuscola ombra sperduta nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell’orecchio; tanto gli stavi a cuore che s’era fatto ripetere, sempre all’orecchio, il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermato l’esattezza. E dinanzi a tutti coloro che erano accorsi per assistere al suo trapasso: tutte le pareti che ingombrano sono abbattute e sulle scalinate che si ergono in larghezza e in altezza stanno in cerchio i grandi dell’impero; dinanzi a tutti questi ha congedato il messaggero.

Il messaggero s’è messo subito in cammino; un uomo robusto, instancabile; stendendo a volte un braccio, a volte l’altro fende la moltitudine; se incontra resistenza indica il petto dove c’è il segno del sole; egli avanza facilmente come nessun altro. Ma la moltitudine è enorme, le sue abitazioni non finiscono mai. Come volerebbe se potesse arrivare in aperta campagna e presto udresti ilmeraviglioso bussare dei suoi pugni al tuo uscio. Invece si affatica quasi senza scopo; si dibatte ancora lungo negli appartamenti del palazzo interno; non li supererà mai, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; dovrebbe lottare per scendere le scale, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; bisognerebbe attraversare i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiude il primo; altre scale, altri cortili; e un altro palazzo; e così via per millenni; e se riuscisse infine a sbucare fuori dal portone più esterno – si troverebbe ancora davanti la capitale, il centro del mondo, ricoperta di tutti i suoi rifiuti. Nessuno può uscirne fuori e tanto meno col messaggio di un morto. Tu, però, stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera.

Tutti i racconti di Franz Kafka, Roma, Newton Compton, 1990.

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