Buona Condotta del 15 ottobre 2018.

Le ore di sostituzione sono un aspetto non trascurabile del mestiere dell’insegnante. L’idea di non lasciare le classi scoperte (senza la presenza di un adulto) è un sedimento lasciato nella terra dell’educazione dal periodo della scuola dell’infanzia.

L’imperativo è quello della vigilanza.

Generalmente provo a tenere l’ordine in modo bonario, intervenendo il meno possibile nelle conversazioni degli allievi. Le parole dei giovani si muovono fra i racconti delle uscite serali, i post dei social, le foto di instagram.

Negli abissi lasciati dai colleghi assenti (o mai nominati) si materializzano merende consumate prima del tempo, scudi tecnologici levati a difesa dalla noia, accendini, motivetti ripetuti ossessivamente, trucchi, carte da gioco (prontamente ritirate), sigarette prossime al consumo, filmati senza dignità di voce (non si tratta di Chaplin, Keaton e dei geni del muto).

Quando i gruppi classe sono particolarmente piccoli si può assistere anche all’epifania del silenzio: un evento astronomico di prima grandezza nella galassia scuola.

Persino Silvia, che copia gli esercizi seduta al terzo banco dalla prima occhiata sulla soglia, si accorge del vuoto e alza la testa.

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Il percorso che dal villaggio globale ci aveva portato al pianeta delle scimmie si conclude con l’appello alla conquista di una dimensione fronetica. delle grammatiche interazionali. L’aggettivo “fronetico”, derivante da Aristotele e riportato in auge da quella corrente del pensiero tedesco che fa capo ad Axel Honneth, indica quel sapere pratico e flessibile che consente all’uomo di orientarsi con successo nei mille meandri della vita sociale. La dimensione fronetica concerne dunque anzitutto il senso del limite, l’hexsis corporea (e virtuale), il senso del gioco bourdieusiano: insomma la capacità di muoversi più o meno virtuosisticamente in uno spazio dove è facile far danni. La dimensione frenetica non può risolversi in un imperativo etico a carattere generale (una o più regole a cui non si può contravvenire), ma vive come pratica dell’autogestione, in cui l’errore è eventualità ammessa e relativamente frequente.

Troppo lontani, troppo vicini di Emanuele Fadda, Macerata, Quodlibet, 2018.

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