Buona condotta del 16 novembre 2018.

Il lago è sempre quello di Como. Anno dopo anno, lo stesso, ma per me i rami cambiano ogni volta. La cosa sorprendente del mestiere dell’insegnante è l’irrompere nella routine del genio adolescenziale. Chi insegna, spesso, si trova a ripetere le medesime nozioni a centinaia di studenti diversi. Pur non avendo la memoria della scena, come a teatro, l’aria può apparire simile e l’enunciato non troppo difforme da qualcosa che si era già detto, già commentato. In questa infida ripetizione, si può tradire il pensiero e persino dimenticare il mestiere. La tentazione del pilota automatico è facile scappatoia e tanti colleghi (forse succederà anche a me un giorno) prendono docilmente la forma del contenitore. La docilità è un valore da praticare, intendiamoci, ma sedersi alla cattedra è pericolosissimo. Avevo, una volta, un’insegnante che faceva lezione da seduta, ma le sue parole erano così ferme, così precise, così chiare ed appassionate, che avrebbe potuto parlare anche da un’altra stanza, o da un altro mondo. Era una fuoriclasse.

Io sono costretto a stare in piedi, ad usare il corpo come mi hanno insegnato, sono costretto, ad ogni inizio, ad un lunghissimo corteggiamento. Solo a Natale sarà possibile dire se ci sia qualche speranza da amante. Nel frattempo, mi affanno a seguire l’Adda, mi avvicino e mi allontano dalle rive dell’indifferenza. Provo a pescare esempi di altri tipi di pesci. Altri inizi: quello narrativo, del c’era una volta, quello in mezzo allo stagno della storia.

Mentre la descrizione continua, Giulio, mi guarda, mi sorride, mi interrompe.

-Prof., c’è anche l’inizio traumatico… 

Oggi è una giornata meravigliosa!

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Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera,formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendii lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate,secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. 

I Promessi sposi di Alessandro Manzoni, Bari, Laterza, 1979.

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