Una postilla al monologo sull’utilità dell’arte di Stefano Massini

Stefano Massini è un eccellente scrittore. L’ho incontrato in fabbrica con 7 minuti, ritrovato con Dizionario inesistenza e in questi giorni è confidente de’ Lo stato contro Nolon, avuto grazie ad un prestito di Rosa Maria, che si occupa di me con la sua generosa condivisione.

La scorsa settimana ha presentato, nella piccola rubrica che cura per Piazza Pulita di Corrado Formigli, un monologo che mi ha molto colpito. Ancora sette minuti, ma fitti di cose, tanto da decidere di riascoltare con carta e penna in mano.

Forse sarebbe utile trascriverlo, per restituire tutta la forza della scrittura, ma sono sicuro che lo ritroveremo fra le sue belle pagine un giorno o l’altro.

Quello che sostiene lo scrittore fiorentino, con ragione, è che l’arte non è inutile. Proviamo a capire come.

Il racconto parte dal ricordo di un incidente, un malore che colpisce un importante violinista durante una prova lirica, prontamente soccorso da un medico che con competenza, e con l’aiuto degli operatori, riesce a rianimarlo. Un gesto di estrema necessita, capace di restituire la vita ad un uomo. L’impressione, lo stupore e lo sbiggottimento vissuto portano qualcuno, forse un orchestrale o un cantante (Massini non lo specifica), a fare un commento a voce alta sull’importanza di quel lavoro, capace di ridare la vita alle persone, ma è la risposta del medico, indaffarato a rimettere in ordine gli oggetti, che mette in moto la riflessione.

– Guardi, che in realtà, noi e voi non facciamo un mestiere tanto diverso perché noi, è vero, gli ridiamo la vita, ma anche voi con la bellezza, il teatro, con l’arte date la vita alle persone in un altro modo.

E’ un pensiero meraviglioso, capace di mettere assieme due prospettive, due punti di vista, capace di legare palcoscenico e platea, parole che rendono impossibile ogni contrapposizione, sciogliendola prima ancora che questa si manifesti. Nessuno è più importante dell’altro: necessario e superfluo in quello spazio privilegiato che è il teatro si tengono per mano.

Ma che succede oltre la letteratura? Cosa accade quando il mondo smette le sue pratiche liberali e comincia a confrontarsi con tecnica e la cronaca?

E’ a quel punto che il monologo, appena fuori dal teatro, fa i conti con le contrapposizioni della storia, con lo schema dell’utile e dell’inutile, ed è proprio quello il punto in cui l’autore ha bisogno di argomenti per dimostrare la necessità dell’arte, per riportare nel reale la lingua usata dal medico della salvezza.

Gli argomenti che individua sono essenzialmente quattro:

Il primo è legato allo show- business e al suo indotto. Massini rivendica con forza che dietro ad ogni cantante che canta, ad ogni attore che recita, ad ogni mattatore, a ogni scrittore ci sono centinaia di migliaia di persone che lavorano per la realizzazione di un concerto, uno spettacolo, un film, maestranze qualificate, trasportatori, tecnici, attrezzisti che rischiano di essere trascinati nel limbo dell’inconsistenza. E’ un argomento importante che però prende in prestito le ragioni del mercato per legittimarsi e che in qualche maniera usa la tecnica degli strumenti per giustificare il medico. Una sineddoche del ragionamento che allarga l’orizzonte alla vela dell’economia.

Il secondo punto riguarda la funzione che ha l’arte in questo determinato periodo di carcerazione sanitaria. Probabilmente, dice Stefano Massini, gli inutili cantanti, gli inutili attori, gli inutili scrittori, con le loro inutili opere, con le loro inutili canzoni, con i loro inutili film hanno contribuito a far sì che questa carcerazione fosse più sostenibile. E’ un argomento certamente importante, ma siamo ancora nella sfera della medicina allopatica, quella che cura il sintomo, trascurando la causa, che vede nell’arte una medicamento consolatorio: un farmaco efficace di tamponare il male di vivere.

Il terzo punto tocca una questione squisitamente identitaria, s’interessa della nazionalità del dottore capace di salvare il primo violino. Noi siamo l’Italia, un paese che ha nel suo DNA, sostiene il drammaturgo, un rapporto di stretto legame con la bellezza, un faro nel mondo. Senza la musica, il teatro, il cinema l’Italia rischia di perdere il suo tratto identitario. Fra tutti è onestamente l’argomento meno decisivo, che convince meno il sottoscritto, pur solleticando un patriottismo che ho scoperto di avere di fronte a “La morte della vergine” di Caravaggio al Louvre di Parigi.

Il quarto argomento è quello decisamente più interessante ed imprevedibile, il più prolifico, quello su cui il monologo si chiude, giocando tutta la sua forza. Massini prende in prestito una frase di Aldous Huxley “Ogni essere umano ha una sua letteratura e sono i suoi ricordi”. La frase sembrerebbe quasi off topic, ma qui l’autore compie una vera e propria prodezza, una manovra capace di restituire senso ad una vita intera, facendo coincidere i capitoli di quella letteratura dei ricordi con un film, una spettacolo, un concerto in cui avevamo cantato assieme ai nostri amici o al nostro amore. Di colpo, l’arte la bellezza, la cultura diventano i marcatori della nostra vita, finendo per coincidere con il cuore della vita stessa. La seta di bellezza dell’umanità finisce per essere l’umanità stessa.

C’è solo una freccia che manca all’arco di Stefano Massini e che umilmente propongo, a chi è arrivato a leggere fin qui quest’inutile articolo, di aggiunge al monologo del Maestro.

Si tratta di questo.

L’arte, la letteratura, il cinema, lo spettacolo sono utili perché rappresentano, oltre alla condivisione e all’incontro, l’unico modo che l’uomo ha per operare dentro se stesso. Se anche non si riuscisse a consolare l’uomo di fronte al suo essere finito, se anche non si potesse diminuire il dolore che circola nei giornali di queste settimane, se anche non potesse realizzare l’utopia di un medico e un orchestrale che suonano la stessa nota, l’arte è la sola che può restituire all’uomo un cuore scioperato. Quasimodo, rifiutando il ruolo consolatorio della poesia diceva che la era la poesia chiamata a rifare l’uomo: quest’uomo disperso sulla terra, del quale conosce i più oscuri pensieri, quest’uomo che giustifica il male come una necessità, un bisogno al quale non ci si può sottrarre […] Rifare l’uomo, è questo il problema capitale […] quest’uomo che giustifica il male come una necessità […] quest’uomo che aspetta il perdono evangelico tenendo in tasca le mani sporche di sangue. Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo delle speculazioni è finito. Rifare l’uomo, questo è l’impegno.

La letteratura di Stefano Massini è soprattuto questo sforzo.

Grazie, Stefano (se mi poso permettere).

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Stefano Massini e l’utilità della arte

Stefano Massini, il teatro e la chiesa sono la stessa cosa.

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