Ri-partenze

Dal 18 maggio si potrà tornare a celebrare Messa.

E’ certamente una buona notizia per mille ragioni: credo che si dovrebbe chiedere a qualche sacerdote illuminato, e penso ce ne siano, di permettere, subito dopo la messa, ad attori, musicisti, danzatori di eseguire piccole prove d’arte.

Un segno di solidarietà per lo spettacolo dal vivo in NOME DEL RITO che accomuna la celebrazione e il teatro. Ci sono tre capitoli di Moby Dick di Hermann Melville. il capitolo VII (La Cappella), VIII (Il Pulpito), IX (La Predica)di Moby Dick di Hermann Melville che farebbero al caso.
____________________

Dai capitoli VII (La Cappella), VIII (Il Pulpito), IX (La Predica)

di Moby Dick di Hermann Melville

____________________

Sempre a New Bedford si trova una cappella del Baleniere, e pochi sono i pescatori sul punto di partire per l’Oceano Indiano o il Pacifico, che per quante noie abbiano in testa manchino di farvi una visita domenicale. Non io certo.

         Tornato dal mio primo giretto mattutino, uscii di nuovo con questo speciale proposito. Il tempo era passato da un freddo sereno e pulito alla nebbia e al nevischio violento. Mi strinsi addosso il giaccone peloso di quel panno chiamato pelle d’orso, e mi apersi un varco tra la bufera cocciuta. Entrando, trovai una piccola congrega sparsa di marinai e di mogli e vedove di marinai. Regnava un silenzio oppresso, rotto solo ogni tanto dalle strida della tempesta. Ogni muto fedele pareva sedere apposta lontano dagli altri, come se ogni dolore fosse insulare e incomunicabile […] e queste isole di uomini e donne senza parola sedevano lì con gli sguardi inchiodati a certe lapidette di marmo, coi bordi neri, murate nella parete ai due lati del pulpito. Tre di esse dicevano più o meno così, ma non pretendo citare:

                           Consacrata

                           alla memoria

                                    di

                           JOHN TALBOT,

                  che all’età di diciott’anni fu perduto in mare

         vicino all’isola della Desolazione, al largo della Patagonia

                           il 1° novembre 1836.

                  Questa lapide alla sua memoria

                           la sorella pose.

                                    *

[…] Voi che avete morti seppelliti sotto l’erba verde, che stando tra i fiori potete dire: Qui, qui giace il mio caro, voi non sapete che desolazione cova in petti come quelli. Che vuoti amari in quei marmi bordati di nero che non coprono ceneri!

[…] In quale censimento di creature vive sono inclusi i morti dell’umanità? Perché un proverbio universale dice di loro che essi non raccontano niente, sebbene abbiano più segreti da dire delle Sabbie di Goodwin? Perché mai al nome dell’uomo che se ne andò ieri all’altro mondo noi premettiamo una parola così significativa e infedele, eppure non gli diamo lo stesso nome se egli parte soltanto per le Indie più remote di questa viva terra? Perché le compagnie di assicurazione sulla vita pagano premi di morte su gente immortale? In che paralisi eterna e immobile, in che estasi mortale e disperata giace ancora l’antico Adamo che è morto da ben sessanta secoli? Com’è che rifiutiamo sempre di ricevere conforto per la perdita di gente, che pure secondo noi vivono in una beatitudine indicibile? E perché tutti i vivi si sforzano talmente per fare tacere tutti i morti, tanto che basta il rumore di uno che bussa in una tomba per terrorizzare un’intera città? Tutte queste cose non sono senza significato.

         Ma la fede, come uno sciacallo, si nutre in mezzo alle tombe, e perfino da questi dubbi cadaverici estrae la sua speranza più vitale.

         Non c’è bisogno di dire con quale impressione, alla vigilia di un viaggio a Nantucket, io guardavo quelle tavolette di marmo, e leggevo alla luce fuligginosa di quel giorno abbuiato e triste il destino dei balenieri che mi avevano preceduto. Sicuro, Ismaele, ti può toccare la stessa sorte. Ma non so perché, mi tornò l’allegria. 

____________________

Non ero seduto da molto, quando entrò uno con un che di venerabile nella sua prestanza; e appena la porta spinta dal temporale gli sbatté alle spalle, un rapido e rispettoso occhieggiare di tutta la congregazione bastò a provare che questo vecchio imponente era il cappellano. Sicuro, il famoso padre Mapple, come lo chiamavano i balenieri in mezzo ai quali era popolarissimo. Da giovane era stato marinaio e ramponiere, ma ormai da molti anni dedicava la sua vita al sacerdozio. Al tempo di cui scrivo, padre Mapple era nel forte inverno di una vecchiaia senza acciacchi, quel tipo di vecchiaia che pare vuole sfociare in una seconda fioritura di gioventù, perché tra tutte le fessure delle sue rughe affioravano teneri sprazzi di un nuovo sboccio imminente: il verde della primavera che sbuca perfino di sotto la neve di febbraio. Se uno aveva sentito raccontare la sua storia, non poteva vedere per la prima volta padre Mapple senza il massimo interesse, perché in lui come sacerdote c’erano alcune radicate peculiarità da imputarsi a quell’avventurosa vita di marinaio che aveva condotto. […] S’avvicinò quieto al pulpito. Questo era altissimo come sono in genere i pulpiti alla maniera antica, così alto che una scala normale avrebbe ristretto seriamente, col suo lungo angolo col pavimento, lo spazio già limitato della cappella; sicché pare che l’architetto aveva seguito un suggerimento di padre Mapple e ultimato il pulpito senza scala, usando per surrogato una scaletta di legno a piombo, come quelle che si usano in mare per salire da una barca a bordo di un bastimento. 

[…] Le parti a perpendicolo di questa scala, come succede di solito nelle scale pendenti, erano di cavo rivestito di panno, e solo i piuoli erano di legno, sicché a ogni scalino c’era una snodatura. A prima occhiata non mi era sfuggito che queste giunture, adatte senza dubbio su una nave, parevano inutili nel caso presente. Non mi aspettavo infatti di vedere il padre Mapple, non appena in cima, voltarsi con flemma e sporgendosi dal pulpito tirare su la scaletta deliberatamente, un piolo dopo l’altro, finché tutto l’attrezzo non fu ritirato.

[…] Mi misi un poco a riflettere, e non riuscivo a capire bene perché l’aveva fatto. Padre Mapple aveva una riputazione così larga di uomo sincero e santo, che non potevo sospettarlo di corteggiare la notorietà con simili trucchi da palcoscenico. No, pensai, ci dev’essere qualche ragione seria, la cosa deve anzi avere qualche significato riposto. Sarà, allora, che, con questo gesto di isolani nella materia egli indica il suo temporaneo ritiro spirituale da tutti i vincoli e rapporti esterni col mondo? 

[…] Ma la scala di corda non era l’unica nota paradossale del posto che si riallacciasse ai vecchi viaggi marittimi del cappellano. Il muro alle spalle del pulpito, tra i cenotafi di marmo a destra e a manca, era abbellito da una vasta pittura rappresentante una valorosa nave che teneva testa a un uragano terribile, sopravvento a una costa di rocce nere e frangenti bianchi come neve. 

[…] E come trovare qualcosa più piena di significato? Perché il pulpito è sempre la parte prodiera della terra; tutto il resto vien dietro; il pulpito guida il mondo. È di lì che si avvista l’uragano dell’ira fulminea di Dio, è la prua deve resistere al primo urto. È di lì, che si invoca il Dio delle brezze amiche o avverse, perché mandi venti favorevoli. Sicuro, il mondo è una nave al suo viaggio di andata, non un viaggio completo. E il pulpito è la prua.

Seguì una breve pausa; il predicatore voltò lentamente le pagine della Bibbia, e alla fine, posando la mano a segnare la pagina giusta, disse:

“E Dio aveva preparato un pesce enorme per inghiottire Giona. “Figli miei, il peccato di Giona fu disobbedire ad un comandamento di Dio che trovò difficile. Ma tutte le cose che Dio vuole da noi sono dure a farsi, ricordàtelo: è per questo che Egli ci comanda. E se obbediamo a Dio dobbiamo disubbidire a noi stessi. Giona vuole schernire Iddio ancora più cercando di sfuggirGli. Si nasconde, si imbarca clandestino, convinto che un bastimento fatto dagli uomini lo possa portare lontano, verso paesi dove Dio non regna. La nave salpa. Ma il mare si ribella; non vuole portare il carico maledetto. Si scatena una tempesta terribile. E’ Dio che cerca Giona. In mezzo a tutto questo tumulto rabbioso Giona dorme il suo sonno osceno. Ma appena sveglio grida “Temo il Signore!”. I marinai lo osservano. Il misero Giona li supplica di gettarlo in mare, perché sa che per causa sua quella tempesta li assale. E ora vedete Giona sollevato come un’àncora e lasciato cadere in mare dentro le mascelle che lo aspettano. E la balena fa scattare tutti i suoi denti d’avorio, come tanti bianchi chiavistelli, sulla sua prigione. Allora Giona prega il Signore. Dio parla al pesce; e così la balena “vomita Giona sulla terra asciutta”. E Giona pentito compie ora la volontà dell’Onnipotente. E che cosa è questa volontà, compagni? Predicare la Verità in faccia alla Menzogna. Guai a chi si fa distrarre dal mondo! Guai a chi cerca di piacere! Gioia e delizia eterna, invece, a chi arrivato al riposo può dire col suo ultimo respiro: Padre, io muoio qui mortale o immortale. Ho lottato per essere Tuo, più che di questo mondo o di me stesso. Eppure questo è niente. Lascio a Te l’eternità. Perché cosa mai è l’uomo che egli debba vivere a lungo come il suo Dio?”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *