Modena-Cassano

I viaggi di ritorno sono tradizionalmente difficili.
I motivi di tale difficoltà non hanno bisogno di essere esplicitati: a chi avrà la pazienza di leggere eviterò la lunga lista dei luoghi già visitati da altri. Proverò a non disturbare con cartoline patinate e tantomeno costringerò alcuno a guardare foto casalinghe di eroi in posa.
Precise parole, diceva qualcuno: poche, precise parole.
Archiviato il trasloco la fatica del rientro è tutta scolastica: prima l’asilo di mio figlio, poi la mia presa di servizio. Della scuola dell’infanzia emiliana ricorderò la cura meticolosa dei luoghi, la professionalità delle maestre, la meraviglia dei bimbi davanti a Van Gogh, i giochi inseguendo le sagome di Keith Haring ritrovati poi nella splendida mostra milanese.
La mia terra mi aspetta.
La sua tragica bellezza è incorniciata nella finestra di una scuola di Cassano Jonio (continuo a scriverlo così). Io probabilmente insegnerò a Sibari, dove sono nato. A poche centinaia di metri dall’Istituto Alberghiero c’è la clinica privata voluta da Don Francesco Toscano, ormai dismessa. “Madonna delle Grazie”, così si chiamava la struttura, fu un avvenimento di notevole importanza, allora che l’ospedale più vicino era quello di Cosenza. Guardo dalla finestra. Riconosco i Vrichi, a Nzilicata.

Aspetto l’inizio del Collegio Docenti. La mia terra è bella e alla fine della riunione potrò passare a salutare mia zia. Chiacchiero con mia cugina: quest’anno saremo colleghi. Mi sento a casa. Modena sembra lontana come a cresta adu Monte, dove prima o poi andrò a trovare Salvatore. Il collegio inizia. Il silenzio arriva con molta più fatica a queste latitudini. Ascolto. Il dialetto è suono piacevole. Dentro le A, le E, le O c’è mia nonna.
I punti all’ordine del giorno rotolano come pietre tra le parole accomodanti della Dirigente. La voce si muove tra un inchino ed una promessa. All’indirizzo Socio-Sanitario c’è una classe di 32 allievi. Ci sono tre ragazzi certificati. Si è chiesto lo sdoppiamento della classe. La legge è chiara: con questi numeri ci sarebbe da fare due classi. I soldi non ci sono. La storia è la stessa di sempre. Modena o Cosenza non vi è alcuna differenza. I soldi hanno lo stesso odore.
Trovo il coraggio di alzarmi. Sento di dover dire qualcosa. Lo facevo anche a Modena in queste circostanze. Sono stato Presidente di un’associazione che si occupava di disabili. “Creiamo Relazioni Ed Autonomie”, così si chiamava. Le proposte lodevoli della Dirigente sono un palliativo. Chiedo al Collegio di fare una mozione, di prendere una posizione netta, di portare la questione fuori dall’aula magna. Qualcuno si dice d’accordo, qualcuno balbetta, altri scuotono la testa. I più si affrettano a difendere l’operato della Dirigente (operato che peraltro nessuno aveva messo in discussione). Faccio scrivere il mio dissenso a verbale. La Dirigente tronca la discussione. Viene pronunciato il verbo sobillare. Mi dico di non farci caso: è certamente un errore lessicale. Alla fine del Collegio qualcuno si avvicina a dirmi privatamente che era d’accordo con me. La miseria morale m’infastidisce. Mi viene in mente la canzone di Dario Brunori dedicata alla figura di Don Abbondio. Un collega mi dice che ho fatto un discorso da politico. Rispondo che erano solo parole di padre e di cittadino.

Riprendo l’auto e torno verso la piana. Vito, Luigia, Chiara, Enrico, Francesca, Daniele, Iris, Raffaella, Antonella si affacciano fra gli agrumi a rassicurami. Penso che nella mia vecchia scuola sarebbe andata diversamente. La verità è che avremmo votato la mozione, ma non ci avrebbero dato la classe.
Mi sento solo.
Le ultime parole che risuonano sono quelle di Riccardo: c’è tanto da fare, qui; armarsi di sorrisi ed elmetto. Mi distraggo un attimo: Il mare entra negli occhi.

apparso su asteriscoduepuntozero

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