La luce cavernosa. Parte III

Un anno fa ci ha lasciato il Professor Livio Sossi, docente di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia).

La sua prematura scomparsa, oltre ad essere motivo di personale dolore, è una ferita profonda per molti autori, illustratori ed editori. 

Sono stato un amico del professor Sossi e l’unica cosa che mi è venuta in mente è quella di provare a parlare di lui con chi ha avuto modo di conoscerlo prima o meglio di me, alla ricerca di un mondo che Livio portava dentro i suoi occhi, nella luce cavernosa della sua voce. Dopo una prima intervista a Carlo Rango ad un mese dalla scomparsa ed una seconda, a sei mesi, a Riccardo del Sordo, la terza parte di questo piccolo viaggio in cerca di Livio è un ricordo di Sonia Maria Luce Possentini. 

Sonia Maria Luce Possentini, oltre ad essere una sincera amica del professor Sossi, è una straordinaria illustratrice. I suoi riconoscimenti sono molteplici e le sue opere vantano edizioni fino a Taiwan. Nel 2017 ha vinto il Premio Andersen, il più prestigioso riconoscimento italiano attribuito ad autori, illustratori ed editori che si occupano di libri per ragazzi. Chi scrive sente di dover aggiungere il più sentito ringraziamento a Sonia Possentini per queste parole che restituiscono di Livio la fede profonda del suo lavoro e la sua autentica amicizia dispensata con distinta umanità.

Qual é la sua professione?

Sono un’Illustratrice e occasionalmente scrivo.

Il professor Sossi aveva grande stima per lei e per il suo lavoro. Può raccontarci come è nato il vostro rapporto? 

Nel 2006 partecipai al mio primo concorso. Conoscevo poco l’ambiente illustrativo. Osservavo Liviocon ammirazione. Avevo fatto alcuni corsi a Sarmede nello specifico e Štěpán Zavrel mi fece una dedica su un libro: “Che la mia esuberanza potesse essere un giorno dedicata ai bambini.” Il concorso a cui partecipai era dedicato proprio al Maestro ormai scomparso (NdR. si tratta del Premio Štěpán Zavrel, organizzato da IRFEA negli anni della Presidenza di Carlo Rango). Il tema era un racconto: la Pulce di Giambattista Basile. Lo feci per Zavrel, mi aveva segnato la sua persona e trovai il coraggio di uscire da un guscio tutto mio. Lì conobbi Livio Sossi, Presidente di giuria che mi diede il premio di sperimentazione iconica.

Fu il mio inizio.

Da quel momento in poi iniziai a illustrare, a confrontarmi con il mondo editoriale. Ho sempre espresso ai miei maestri il mio pensiero e la mia gratitudine verso il mio lavoro e amo farlo quando il maestro mi ascolta… 

Su cosa eravate sempre d’accordo e su cosa discutevate di più?

Eravamo d’accordo su molte cose, soprattutto sulla mancanza in Italia di editoria coraggiosa… Ora tanto è cambiato…. ma i pianerottoli persistono. Discutevamo molto, com’era normale con le nostre due personalità. Io soprattutto meno diplomatica di lui. Sanguigna e pasionaria… a pensarci mi viene da ridere sulle nostre battaglie verbali. Ma ci volevamo bene, perché non ce le mandavamo a dire. E soprattutto non avevamo rancori l’uno verso l’altro. Un giorno lo colpii duramente con le mie parole su fatti lontani, mi diede ragione e alla fine ci abbracciammo.  

Ci dice in poche battute chi era Livio Sossi?

Un Partigiano. Nel bene e nel male. Ed io sono la nipote di un martire partigiano.

Gli ho dedicato un disegno e una storia quando se n’è andato… L’uomo che dorme, una leggenda di un monte delle mie parti che lui conosceva e amava: il monte Cusna, nell’Appennino Tosco-Emiliano.

Qual è il ricordo più bello che ha di Livio?

Ne ho tanti, ma il mio preferito è a casa mia e dei miei genitori, una casa che ora non abbiamo più, un giorno fatto di semplicità davanti ad un piatto di tagliatelle con il ragù di mia madre. Non mangiava molto Livio, ma quel giorno a casa tra conversazioni di ogni tipo, mangiammo di tutto. Ho una foto che conservo cara.

Niente social, niente condivisioni. La mia valigia dei ricordi è piena. La conservo con cura e la apro privatamente e con delicatezza per non sciuparla.

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Leggi LA LUCE CAVERNOSA. II parte