Ultimo sabato del villaggio di marzo 2019.

Temo di non conoscere con esattezza il significato della parola famiglia. Pur non avendo avuto un padre che mi picchiasse, né una madre scappata di casa, la famiglia ha rappresentato nel tempo della mia vita molte cose diverse: la gioia di una carezza, la paura del rimprovero, l’asfissiante domenica del dovere, la benevola cura, il vecchio rifugio, sospeso fra il rassicurante silenzio e l’inedia. Oltre ai visi di casa, famigliari erano (e sono ancora) i vicini che vivevano sul pianerottolo di fianco a noi, la mamma e il papà del mio amico Salvatore, il collega di mio padre con cui di tanto in tanto noi ragazzini litigavamo, familiare erano le scale di casa e financo l’ingresso della strada che attraversavo ogni giorno per andare e tornare da scuola. Non so chi siano questi signori del Congresso Mondiale delle famiglie, occupati in questi giorni a Verona a distribuire gadget di dubbio gusto, ma me l’immagino tutti proprietari di villette videosorvegliate fuori città, me l’immagino seduti sotto un portico, con un fucile nuovo di zecca in attesa di qualcuno, di un’altra famiglia, da sterminare.

Domani ricordate di spostare le lancette un’ora avanti, che a tornare indietro c’è sempre tempo.

Buona domenica.

Apparso su asteriscoduepuntozero

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