Il sabato del villaggio 22 giugno 2019.

Scrivere è un impegno.

Non esiste, nella mia esperienza, qualcosa che non abbia a che vedere con la fatica. Probabilmente questa mia sensazione dipende dal fatto che non ho mai incontrato la vocazione, o più semplicemente che non ho avuto in dote nessuna particolare bravura. E’ per questo che tutto ciò che mi capita si porta dietro il puzzo del sudore, la prova dello sforzo. Ciò che tento di fare è il meglio che posso, evitando spiegazioni e lamentale. Le spiegazioni sono un fardello professionale che tento di non appoggiare sulla scrittura e le lamentale, quelle aumentano la fatica. 

Quest’anno, oltre al mio lavoro di insegnante mal pagato, mi sono impegnato a scrivere un diario scolastico, la buona condotta, e questa rubrica, a cui Antonello ha regalato il nome più bello che si potesse immaginare. Là, dove si perde la settimana, ho dovuto fermare un fatto, una storia, un’impressione.

C’era da farlo in fretta, onestamente, senza troppe aspettative, prendendosi cura magari di un particolare trascurato. Se la volontà di leggere non fosse stata la stessa volontà di chi scrive allora bisognava tendere una trappola. Ingaggiare la sfida col ragno, che tesse la tela per vedere da più vicino la sua preda. Sapevo che il filo sarebbe primo o poi finito: l’insidia del senso avrebbe prevalso, trasformano l’attesa del sabato in una triste domenica.

Grazie a chi ha letto e buone vacanze.

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