Buona condotta del 14 dicembre 2018.

Vi confesso che una delle ansie del mio lavoro è legata al corpo e al contatto con i miei studenti.

Provo a spiegarmi meglio, anche se non sarà semplice, visto la lunga, lunghissima flagellazione inflitta al corpo dalla tradizione platonico-cristiana.

Quando ho iniziato  ero giovane. La mia prima esperienza da insegnante di lettere mi portò in una classe di sole ragazze. Motivato (spero di esserlo rimasto) e desideroso di imparare capii subito che non era possibile alcun miracolo senza passione, per dirla con Recalcati, non era possibile insegnare senza trasformare il sapere in un oggetto erotico, il libro in un corpo.

Sono uomo del Sud e il rapporto con le passioni ha sempre costeggiato il mare del peccato.

Forse per questo, che sin da principio ho tentato di evitare il contatto fisico con le mie allieve. Persino nei momenti di più nuda tenerezza, l’ultimo abbraccio prima della campana che decretava gli addii del precario, un pianto inconsolabile per una notizia ferale, o semplicemente nelle lacrime dell’abbandono ho tentato di sabotare il fardello del corpo, pur conoscendone, da indegno teatrante, lo straordinario valore e le sue infinite implicazioni.

Nelle classi miste è più facile, ma quest’anno con una classe di soli maschi l’assillo del corpo è tornato: in una forma meno bigotta, ma pure problematica. 

I miei allievi adolescenti sono macchine fisiche. Il loro corpo è un attributo inalienabile del loro essere. Alcune volte anch’io entro nella logica del contatto. Avverto la necessità di una relazione più istintiva. Nella scorsa settimana mi è capitato di azzuffarmi (naturalmente per gioco) con qualche allievo. Ne sono seguite ore di apprensione, domande, turbamenti.

Non tanto per l’azione, assolutamente chiara, ma per la contaminazione di una sfera privata. Ricordo perfettamente un caro collega emiliano, che prendeva in giro me e altri immigrati, per questa continua ricerca del contatto.

Vive in questa affannosa ricerca della relazione uno dei misteri più intricati del mestiere dell’insegnante e forse della nostra vita.

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