Alla mercé (o merce) dei tempi. La nuova Primavera di Scena Verticale.

Dario De Luca e Saverio La Ruina sono due amici. 

Li conosco dai primi anni ’90 quando con estrema fatica montavano e smontavano scenografie e luci, trasformando miracolosamente in teatri luoghi provvisori. Ho visto moltissimi loro spettacoli (ne mancano veramente pochissimi al novero del tutto) ho seguito il loro lavoro da vicino e da più lontano. Abbiamo ospitato Dario e Saverio con grande piacere alla Sala Temple, piccolo spazio gestito a Sassuolo dall’Associazione CREA, nella mia formativa vita emiliana. Conosco abbastanza Settimio Pisano, persona di grande generosità che organizza con pregevole competenza, tanto da meritare un premio UBU, la difficile vita burocratica della compagnia; sono stato compagno di scuola di Tiziana, che era già una donna di rara intelligenza ai tempi in cui frequentavamo assieme la Ragioneria di Castrovillari.

Scena Verticale, in una parola, è certamente la fra le più importante imprese culturali della mia regione, la Calabria, e potrei tranquillamente affermare una delle più pregevoli del panorama Nazionale, quella che soffre maggiormente di questo fermo inaspettato delle attività di spettacolo dal vivo, ma dalle spalle abbastanza larghe per poter sopportare il colpo sferrato dal virus al teatro. Non meno soffrono tutti i professionisti del teatro, i tanti amici che lavorano con dedizione in questo territorio e a cui va il mio più sincero sostegno; eppure in questi giorni di maggio inoltrato non si può non avere un pensiero più circostanziato per Primavera dei Teatri, la rassegna teatrale che aspettiamo con impazienza per poter condividere l’amore per il palcoscenico, per l’arte e per la bellezza.

Ho voluto chiedere a Dario, Saverio e Settimio cosa succede, qual è lo stato d’animo con cui si affacciano a questo mese, che generalmente li vede impegnatissimi nell’organizzazione, nella produzione e nella cura di quello che è fra i più importanti festival di nuova drammaturgia del teatro italiano.

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D Scriveva Sandro Onofri: “Sarà perché vengo da una famiglia di artigiani, ma sono stato educato a considerare le pause non semplicemente come una convenienza e un lusso, ma come una necessità. Un imperativo imposto da mio padre nel metodo di rilegatura dei libri è la pausa dopo ogni fase di lavorazione: “Interrompi, accenditi una sigaretta, fai quello che vuoi, ma fermati a guardare quello che hai fatto. Devi solo guardare. È il libro che ti dice quello che va e quello che non va. Se non ti fermi, non te ne accorgi”. Questo può essere il momento di tracciare un bilancio provvisorio del lavoro fatto, non è vero?

Condividiamo totalmente la bellissima affermazione di Onofri. Una sorta di sguardo interiore percorre a ritroso il nostro cammino, neanche del tutto consciamente. Il lascito sarà visibile nel prossimo lavoro, o nell’altro ancora, o forse nell’evoluzione della compagnia, o anche del festival. Tra l’altro, uno di noi proviene da una famiglia di contadini. Lì una stagione di pioggia o di gelo o di caldo torrido mandava all’aria il raccolto. Si rimaneva completamente bloccati. E prima ancora di lamentarsi, si salvava il salvabile e si cercavano soluzioni per il futuro. Si pregava anche. Modalità con le quali si tendeva a ritrovare un equilibrio. Anche se ora il senso religioso non è più diffuso allo stesso modo, la pausa e il silenzio di questo periodo suggeriscono un percorso spirituale: dove andiamo? Cosa cerchiamo? Cosa ci è realmente necessario? Ci lamentiamo dei ritmi frenetici, dell’impossibilità di dedicarci a ciò che desideriamo, con la lentezza che ci permetta di acquisire in profondità quello che leggiamo, vediamo, esperiamo, ma poi, al di là dell’avere o meno risorse, appena privati della nostra funzione lavorativa veniamo risucchiati dall’angoscia. 

La realtà che impone le proprie sacrosante ragioni cosa insegna al teatro e ai suoi operatori?

R Direi che la realtà non ha da insegnare solo al teatro e ai suoi operatori, ma dimostra in modo chiaro che siamo alla mercé (o merce) di questi tempi più di quanto non sappiamo. Già questo è un ottimo motivo per restarsene a riflettere. Ma poi c’è sempre un’intervista, o una lettura video, o una riflessione, uno scritto richiesti che ci impediscono di farlo appieno. Al di là del caso specifico, che ha le sue ragioni nell’amicizia e in un dialogo antico, le richieste piombate addosso ai lavoratori dello spettacolo di questi tempi superano di gran lunga quelle che ci arrivano in tempi normali. Ci chiediamo: ma non eravamo rimasti bloccati e costretti a fare niente?

Restiamo ai tempi del Covid…

R Crediamo che questo disastro, totalmente provocato dall’uomo nella sua relazione con gli altri e con l’ambiente, è una spia allarmante, ma salvifica del nostro comportamento: ci ‘invita’ a cambiare tante cose del nostro modo di vivere e di pensare. La manifestazione di una malattia, se si interviene con tempismo, non è soltanto negativa, perché ci chiama a intervenire prima che vada in metastasi. Quindi, a fatto ormai compiuto e irreversibile, guardiamo anche con gratitudine e costruttivamente agli atteggiamenti virtuosi verso cui ci spinge. Purtroppo, nessuno potrà restituire i propri cari a chi li ha persi in un modo che ha offeso e forse anche ridicolizzata la sacralità dell’atto della morte.

In circostanze come quelle che stiamo vivendo viene in mente una celebre frase di P.P. Pasolini, scritta in un celebre articolo apparso sul Corriere della Sera il 14 novembre del 1974, una dichiarazione in cui il Poeta rivendica la centralità del ruolo degli intellettuali: “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.” Che aria si respira in questo Paese che sembra essere condannato all’emergenza?

R Pagato il grande scotto di questo periodo, che forse non vedrà tutti noi operatori sulla linea di ripartenza, qualcuno azzoppato, altri magari più forti come dopo ogni grande crisi, forse, smesse le mascherine, si potrà riprendere a respirare, sperimentando alcune proposte nate in questo periodo: per esempio quella di Gabriele Vacis verso un teatro sempre aperto compreso visite e prove, tenendo presente però che le prove di uno spettacolo hanno anche bisogno di solitudine e di un rapporto intimo ed esclusivo tra regista e attore perché il mistero della creazione possa concretizzarsi nella sua forma più autentica. 

Come sarà il dopo pandemia?

R Nei secoli ci sono state le pesti, all’inizio del ventesimo la Spagnola (impressionanti le immagini di uomini e donne così simili a noi con le stesse mascherine di ora a un secolo di distanza: non sembrano foto di adesso?), epidemie che hanno quasi dimezzato la popolazione mondiale, recentemente altri virus meno devastanti di questo, o perlomeno alle nostre latitudini, ma sempre gli uomini sono gradualmente ritornati a reiterare i propri modi, a replicare i propri atteggiamenti. Non perché si è irresponsabili, ma molto semplicemente perché siamo su questo mondo per vivere e non per ritrarci. Siamo convinti che il Covid non cambierà per sempre le nostre abitudini, a parte i fenomeni che ha solo accelerato tipo lo smart working e la digitalizzazione, ecc.

Parliamo di futuro. Primavera dei Teatri è stata fermata dal virus, ma la vostra voglia di progettare e raccontare il teatro che si va facendo non credo si possa arrestare. Come vi preparate a quello che è destinato ad essere un nuovo inizio, una nuova Primavera potremmo dire?

Ancora non è del tutto definito l’intervento da parte di Stato e Regioni su teatro pubblico e realtà indipendenti. Se non sarà lungimirante, molti di noi non si presenteranno ai blocchi di partenza, e non è detto che quelli che si presenteranno saranno in assoluto i migliori. Se gli aiuti vorranno essere davvero virtuosi dovranno riuscire a guardare il mondo teatrale in tutte le sue sfaccettature. Per quanto riguarda Primavera dei Teatri, il suo futuro e le modalità in cui potrà essere declinata dipendono sia dall’intervento della Regione, che è il nostro principale sostenitore, sia dall’evoluzione del Covid e dei relativi protocolli. 

Ci sono delle cose che avete voglia di ripensare o riprendere?

R Ci piacerebbe non andasse perduto l’immenso lavoro fatto prima dell’arrivo del virus e poter recuperare, anche a fine estate inizio autunno, i debutti importanti che avevamo previsto. Ma stiamo anche pensando a modalità alternative qualora la sua evoluzione e le restrizioni dei protocolli non ci permettessero di presentare gli spettacoli dal vivo, come tra l’altro appare al momento probabile. 

Qualche settimana fa Stefano Massini ha raccolto moltissimi consensi con un monologo che aveva come centro una riflessione sulla cosiddetta inutilità dell’arte. Posto che l’inutilità dell’arte è il pensiero degli imbecilli, credete che il teatro e lo spettacolo dal vivo possano trovare o ritrovare un posto nel mondo nuovo che dovrebbe consegnarci la post-pandemia?

R La lucidissima riflessione di Massini ha portato un pubblico ampio come quello televisivo a capire in concreto che consumiamo arte e cultura dando per scontato che ci siano. Film, serie tv, libri, musica ci hanno emozionato, nutrito, aiutato a resistere in questo periodo di solitudine, ma quei contenuti esistono solo perché dei parassiti hanno lavorato (speso il loro tempo) per comporle e crearle. All’interno di questo inevitabile processo tecnologico che porta l’arte fino nelle nostre case, pensiamo che il teatro diventerà sempre più unico e irrinunciabile perché conserverà le peculiarità fondamentali dell’uomo, come la relazione ravvicinata tra simili e le emozioni che solo in questa dimensione possono intercorrere.  

Fuori dalla Primavera quali saranno i prossimi appuntamenti produttivi della Compagnia Scena Verticale?

R Essendo la Calabria fanalino di coda in ambito culturale per produzione e consumo, abbiamo grandi margini di crescita, ma l’esperienza insegna che dove c’è un tessuto forte e diffuso a livello culturale non solo si ‘pretende’, ma anche si ottiene di più. Per fortuna, un tessuto teatrale sta crescendo anche da noi. E molto può fare l’Ente Regione per un grande salto di qualità. Ma occorre una sana ambizione e uno scatto d’orgoglio. Questo per le compagnie di produzione. 

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