T’al deg me!

Ho conosciuto un bene che non ha parenti, uno di quelli che ignora i rumori del piano di sopra; ho conosciuto un bene che non riesce a trattenersi, uno di quelli così grandi da ingannare i nomi e le cose, trasformando tutto in suoni familiari; ho visto occhi affaticati, lucidi, come i pavimenti in graniglia del corridoio, tenuti brillanti per settant’anni, di cui si può, finalmente, andar fieri; ho sentito parole tronche, tagliate dalla miseria e dall’educazione di chi divide il pane con la fame; ho sfidato mani tese, che pur non conservando la forza di un tempo non rinunciavano al gioco e ad un compagno.

Eravamo soli: la paura avrebbe certamente chiuso la partita.

Capimmo, solo dopo qualche tempo, spiando dietro il cortile, che si potevano puntare pochi centesimi a partita, e che seppure le carte avessero giocato un brutto tiro, ci sarebbe stata un’altra mano, un compagno inaspettato con cui dividere la perdita.

Gli assi, divennero ben presto un modo per strizzare gli occhi, per la briscola bastava bussare alla sua porta.

Se non c’era il latte, si poteva avere un millefoglie.

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