I numeri di fine giugno

Non amo parlare di scuola. Di scuola parlano in troppi: anche quelli che la scuola l’hanno odiata più di ogni altra cosa possono affermare che loro ci sono stati e che l’istituzione scolastica dovrebbe essere diversa. Imparare e poi insegnare sono verbi che si coniugano da piccoli con una certa facilità. 

Nonostante ciò mi guadagno da vivere tra i banchi e purtroppo mi capita sempre più spesso di avvertire la stringente morsa del becero qualunquismo proprio fra le incerte mura degli edifici che frequento. Provo a convincermi che il 7 luglio avrò terminato e che poche segnate settimane mi dividono da nuove letture e da nuovi progetti. Mi consolo pensando che quest’anno tornerò al Teatro Greco di Siracusa. L’ultima volta andai nel 2006: feci l’estremo tuffo a Sud prima della mia partenza per Modena, il Nord sarebbe diventata la mia terra d’adozione per oltre dieci anni. Massimo, Sabrina, Filomena e Mariorita furono compagni di viaggio memorabili. Mariorita, collega di italiano, da poco andata in pensione, parlava di scuola con una cura che avrei ritrovato raramente in molti anni di onesta professione. La fila al botteghino non ammette distrazioni: quella degli adempimenti finali dell’anno scolastico è invece un luogo solitario, impervio, senza spettacoli.

Gli ultimi tre colpi sferrati al mio ricurvo morale sono stati tre scrutini nel pieno pomeriggio, due Collegi Docenti ed una Plenaria per gli Esami di Stato.

Provo a farne sintesi. La sintesi è parte essenziale della retorica, uscita delle aule scolastiche per fare posto alla narratologia. Nella sintesi sopravvive il supremo sforzo di tenere assieme mondi diseguali che spesso non si ascoltano e che per una volta sono costretti a sedere sulla stessa sedia.

Sugli scrutini mi limiterò a citare qualche dato. Nelle mie due scuole (in una vi insegno da clandestino) ci sono pochi bocciati, pochi rimandati. Italiano, Inglese, Francese, Matematica, Storia, materie che nelle scuole del Nord affollavano le liste dei rimandati, sono diventati al Sud annotazioni rade sui Tabelloni. Si confermano gli ultimi dati pubblicati dal Ministero. Al Sud meno bocciati, meno rimandati e più eccellenze. Al Nord, come al Sud le donne sono più brave degli uomini.

I numeri sembrerebbero chiari. La scuola nella mia regione è fra le migliori d’Italia: il Trentino, la Lombardia, l’Emilia, la Toscana sono nettamente sopravvalutate. Quelli delle prove OCSE-PISA potrebbero, sullo Jonio, oltre a godere del mare, affinare i loro strumenti di ricerca e valutazione.

Dei due sventurati Collegi basterà ricordare una drammatica votazione in cui 25 docenti lavoratori votano per abbassare i compensi stabiliti dalla legge per i Corsi di Recupero. Alcuni di questi tengono lezioni sulla legalità o sono addirittura rappresentanti sindacali. La sciagurata mozione per fortuna non passa e il caporalato scolastico è rimandato al 2018/2019. Il resto si può dire con le parole di Maria Francesca, professoressa che annota su un celebre social media: è la scuola che “insegna la vita”, la scuola dei progetti e dell’ASL (già di per sé questo abuso di acronimi dovrebbe suonare sinistro), la scuola “aperta al territorio”, la scuola-evento, che promuove i “presenzialisti” e i “progettisti”. Che importa, poi, se comprendere un testo con due subordinate diventa un’impresa titanica, se Leopardi e Kant restano alla porta per mancanza di tempo?

Sulla Plenaria credo ci sia il vero capolavoro della calabra scuola. Una riunione dalle 8.30 alle 12.30 per espletare le formalità di rito, nominare vicepresidente e segretari, definire un calendario d’esame comprensivo delle operazioni di correzione, assegnare i turni di assistenza, allegare griglie già preparate e definire i criteri di assegnazione del bonus e della eventuale lode. Il tutto in un tourbillonsenza alcuna riflessione e senza alcun ascolto. Non una parola sugli studenti, non una richiesta di chiarimenti, nessun tentativo di capire chi saranno gli uomini e le donne da esaminare, non un nome, non una notazione circa la loro identità. Importante è preparare le carte. I fogli meravigliosamente stampati per l’occasione finiscono in cartelline nuove di zecca, presenti nella cancelleria fornita dalla morente Repubblica. Tutto termina con una quanto mai appropriata torta alla frutta e ci si dà appuntamento a domani, giorno della prosecuzione della preliminare. Faccio presente che nella scuola emiliana non mi è mai capitato di proseguire la preliminare, tranne l’anno del terremoto e credo di non dover spiegare le ragioni. Mi guardano male. Ho nuovamente osato portare tra i banchi la mia esperienza all’estero. Ne nasce una discussione antipatica. Per un momento passo per autoctono: il solito terrone che non vuole lavorare. 

Mi costringo al silenzio. Il vestito del lavativo è più comodo di quello dello straniero: la medesima lingua però non porta gli stessi calzoni. Me li tiro su e mi metto in macchina.

A Sibari ci sono le cicogne.

apparso su asteriscoduepuntozero

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