Buona condotta del 9 ottobre 2018

Cambiare scuola a metà ottobre è come scendere da un treno già partito.

La scuola non viaggia a gran velocità, ma il rischio di rompersi l’osso del collo è pur sempre una eventualità da tenere in considerazione

Per il momento non ho nessuna classe. 

Il mio compito è quello di attendere le disposizione di uno dei vicari del Dirigente. Ci sono colleghi da sostituire, allievi su cui vigilare, spazi da presidiare. 

Mi siedo al posto del bidello.

La guardiola dà proprio sul cortile. E’ un luogo segnato da un tavolo e una sedia, una porzione di scuola rassicurante a nord est. Resto seduto per un tempo breve ad osservare i numerosi passanti: alunni che camminano indisturbati per i corridoio, professori mal collocati (come il sottoscritto), ragazzi in attesa di un esame di abilitazione per la professione di ottico, genitori premurosi che accompagnano i figli in notevole ritardo.

Dura poco, troppo poco. Il collaboratore mi dice che posso tornare in sala insegnanti.

Mi alzo, mi guardo attorno spaesato, accolgo la vertigine dell’ultimo sguardo sul registro dei visitatori.

Chi saranno i visitatori della scuola?

La tana non è lontana.

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Una tarda sera, nel futuro. 

La tana di Krapp.

In primo piano, ai centro della scena, un piccolo ta­volo i cui due cassetti si aprono verso il pubblico.

Seduto al tavolo, rivolto verso il pubblico, ossia dal lato opposto ai cassetti, un vecchio sfatto: Krapp. 

Calzoni stretti e troppo corti, d’un nero ingiallito. Panciotto d’un nero ingiallito, quattro capaci tasche. 

Grosso orologio d’argento con catena. Camicia bian­ca, sudicia,, aperta sul collo e senza colletto. Un paio di stupefacenti stivaletti bianchi, molto sporchi, strettissimi e appuntiti, d’una misura spropositata, almeno 48.

Faccia bianca. Naso paonazzo. Capelli grigi in di­sordine. 

Non rasato.

Molto miope (ma senza occhiali). Duro d’orecchio. Voce stridula molto caratteristica. Andatura laboriosa.

Sul tavolo, un registratore con microfono e un gran numero di scatole di cartone che contengono bobi­ne di nastri incisi. Il tavolo e la zona immediata­mente circostante immerse in una forte luce bianca. Il resto della scena in ombra.

Krapp resta un momento immobile, emette un profondo sospiro, guarda l’orologio, si fruga in tasca. estrae una busta, la rimette in tasca, fruga, estrae un piccolo mazzo di chiavi, se le avvicina agli occhi, sceglie una chiave, si alza e va dall’altro lato del tavolo. Si china, apre con la chiave il primo cas­setto, vi scruta dentro, tasta con la mano, ne trae una bobina, la esamina da vicino, la rimette dentro, chiude a chiave il cassetto, apre il secondo cassetto, vi scruta dentro, tasta con la mano, ne trae una gros­sa banana, la esamina da vicino, chiude a chiave il cassetto, si rimette in tasca le chiavi. Si volta, viene alla ribalta, si ferma, accarezza la banana, la sbuc­cia, lascia cadere a terra la buccia, s’infila in bocca un’estremità della banana e rimane immobile, gli oc­chi fissi nel vuoto. Finalmente da un morso alla ba­nana, si volta di fianco e comincia a camminare avan­ti e indietro sull’orlo della scena ma sempre restan­do nella zona illuminata, cioè non più di tre o quattro passi nei due sensi, mangiando la banana con aria assorta. Mette il piede sulla buccia, scivola, sta per cadere, si riprende, si china, esamina la buccia e infine, sempre restando chinato, la spinge col piede oltre il bordo della scena, nella fossa. Riprende il suo andirivieni, finisce di mangiare la banana, torna al tavolo, si siede, resta un momento immobile, emet­te un profondo sospiro, trae di tasca le chiavi, se le avvicina agli occhi, sceglie la chiave, sìalza e va dall’altro lato del tavolo, apre il secondo cassetto, ne trae un’altra grossa banana, la esamina, chiude a chiave il cassetto, sì rimette le chiavi in tasca, si vol­ta, viene alla ribalta, si ferma, accarezza la banana. la sbuccia, getta la buccia nella fossa, s’infila in boc­ca un’estremità della banana e rimane immobile, gli occhi fissi nel vuoto. Finalmente gli viene un’idea, s’infila la banana in una tasca del panciotto, in mo­do che se ne vedrà spuntare l’estremità, e con tutta la rapidità di cui è capace si avvia verso il fondo del­la scena, immerso nel buio. Dieci secondi. Schiocco di una bottiglia sturata. Quindici secondi. Rientra nella zona illuminata portando un vecchio registro e si siede al tavolo. Posa il registro sul tavolo, si asciu­ga la bocca, si asciuga le mani sul davanti del pan­ciotto, le batte sonoramente una contro l’altra e dà una fregatina.

Samuel Beckett “L’ultimo nastro di Krapp”, Torino, Einaudi.

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