Buona condotta del 16 gennaio 2019.

La grammatica è materia ostica e meravigliosa. Le ragioni della sua difficoltà risiedono nel mio percorso di studi. La mia formazione da ragioniere ha trasformato la via della conoscenza linguistica in una gara di orienteering. Ho fatto i conti con la lingua quand’ero già troppo cresciuto. Mi è rimasta appiccicata addosso la scorza del dialetto che cantava mia nonna e qualche esercizio mancato. La fortuna è stata quella di incontrare meravigliosi insegnanti, ma quando la materia è sorda non è semplice nemmeno per quelli bravi a spiegare.

Ciononostante ho dovuto imparare che la vita e la morte corrono sul filo della lingua e che tutto ciò che siamo è nascosto nel piede delle parole.

E’ per questo che in alcune occasioni le mie lezioni di grammatica si trasformano in invocazioni.

Incapace, come sono, di afferrare il senso profondo della linguistica (come faceva il meraviglioso prof. John Trumper) provo a spiegare che il congiuntivo è il tempo del desiderio, il tempo dei sogni che si spera di realizzare, un tempo più felice della certezza indicativa, un dubbio che non cede il passo all’arroganza.

Imparare il congiuntivo significa darsi una possibilità ulteriore, concedersi un’occasione, fare l’amore con il desiderio.

Chi parla bene, pensa bene e può, con il tempo, persino imparare a scrivere meglio.

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