Il sabato del villaggio del 16 febbraio 2019

C’è un aspetto sostanziale che sfugge nella controversia fra il Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, Giuseppe Conte, e l’europarlamentare Guy Verhofstadt, dell’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa.

Partiamo dal principio.

Nella seduta del Parlamento Europeo del 12 febbraio scorso, il Presidente del Consiglio Italiano è intervenuto a Strasburgo per discutere del Futuro dell’Europa. Nel dibattito che ha seguito l’intervento del capo di governo italiano, Guy Verhofstadt, capogruppo belga dei liberali di Alde, si è rivolto al Presidente Conte chiedendo testualmente: “Per quanto tempo ancora sarà il burattino mosso da Di Maio e Salvini?”

La parola burattino, pronunciata da Verhofstadt, è bastata a scatenare in aula un putiferio, prima fra tutti ad urlare dall’emiciclo Alessandra Mussolini, che pur sprovvista di microfono ha fatto sentire la sua antica voce stentorea.

Burattino è sostantivo italiano di lungo corso e Verhofstadt lo pronuncia nella nostra lingua, nel suo figurato dispregiativo. 

Ad onor del vero, l’intervento dell’eurodeputato belga è un intervento da cui traspare una preoccupazione per il nostro Paese (che condivido) e il suo discorso pronunciato nella nostra lingua testimonia una lunga frequentazione dell’Italia. Nonostante ciò, a mio avviso, Verhofstadt commette almeno due errori.

Io avrei evitato il rimando ai burattini per l’amore e la dedizione che provo per baracche e burattini, lui, invece, avrebbe dovuto farlo, se non altro, per non porgere il fianco ad una semplificazione del suo J’accusepolitico. 

C’è poi un’altra questione dirimente di questa fase politica (fase politica che ormai dura purtroppo da oltre 25 anni) che proprio non tollero ed è la continua ricerca di un capro espiatorio. L’idea del fantoccio, già sperimentata con Monti/Letta/Renzi/Gentiloni via via ostaggi delle lobby credo sia la riproposizione di un segno violento e pericoloso. 

Per comprenderne la cifra basterebbe riferirsi ad un autore che oggi dovrebbe essere riletto con attenzione: René Girard.

Nella sua opera l’antropologo e filosofo francese mette in guardia dai meccanismi del desiderio contagioso, generatore di conflitti. Due persone che desiderano la stessa cosa diventano immediatamente rivali, rendendo l’oggetto della contesa patrimonio di poco conto. Nella disputa vi è un solo modo di risolvere il conflitto ed è quello di generare un nemico, una vittima sacrificale. Secondo questa teoria sul funzionamento sociale, ben esplicitata ne’ “Il capro espiatorio”, libro pubblicato per l’Italia da Adelphi, la comunità sceglie un responsabile e lo annienta. 

L’idea del fantoccio è funzionale a questo meccanismo e in qualche modo può rappresentare un tentativo di individuare una vittima sacrificale a risoluzione di un problema di difficile composizione. 

Per quel che mi riguarda, credo che solo delle vere teste di legno possano non comprendere che il futuro è nel vecchio continente.

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