I libri non si giudicano dalla copertina diceva qualcuno, ma se volessimo partire dall’immagine che campeggia sul romanzo di esordio di Francesca Senatore, Spera di Notte, pubblicato dall’editore romano L’ALTRACITTÀ nel maggio scorso e già in ristampa, dovremmo dire che Valentina Marino, tratteggiando i contorni di una donna ispirata alla Madonna dal collo lungo del Parmigianino o a certe immagini di Modigliani, offre un abito moderno ad un libro che si presenta nella sua prima pagina di testo con un simbolo antichissimo, quello del fuoco del camino. Una vecchia storia che dalla penultima finestra di un palazzo nobiliare, quello dei Rimonti, non lascia dubbi, già dalle sue prime righe, sulla parentela con i romanzi del ‘800.
Il titolo scelto da Francesca Senatore è un chiaro monito che ha come centro la speranza, ma quella che i latini amavano definire ultima dea non vive alla luce del giorno, non si nutre come le piante della luce della ragione: fiorisce nel segreto della notte non per merito nostro, ma grazie ad un miracolo. Se a questo aggiungiamo il fatto che la frase lapidaria della copertina è pronunciata nella notte febbricitante di un personaggio particolarissimo che è Zia Luce, allora sarà subito chiaro che la scrittrice esordiente non è una di quelle che si accontenta di un romanzo di formazione dalle facili soluzioni.
Il romanzo, in verità, è ambientato nei primi decenni del Novecento, in un piccolo borgo calabrese, chiamato Puntarocca. Che la Calabria sia il punto d’approdo della storia non vi è alcun dubbio: è l’autrice stessa che ci consente di stabilire le coordinate geografiche parlando di Don Umberto Rimonti, tornato a Puntarocca, in Calabria. L’amata Saracena, invece, non è mai nominata in modo esplicito nella storia, è possibile indovinarla da alcuni scorci che aprono lo sguardo ad est sulla piana Sibari o a nord sulle strade impervie del Pollino. Se avessimo sufficienti battute potremmo fermarci a ragionare su come un paese reale possa trasformarsi, seppure nello sguardo di personaggi concepiti da voci precise, suoni sdruccioli, pose familiari, in un borgo immaginato, finendo col confondere le essenze di faggio di casa e i miti studiati a scuola: chissà se e come la leggenda Umbra di Gargara si nasconde nel testo.
L’impianto è quello tipico del romanzo di formazione. Così direbbe Franco Moretti, uno di quei romanzi in cui l’apprendistato, parola cara a Goethe e al suo Wilhelm Meister, non è l’adesione lenta e prevedibile alla normalità, piuttosto un viaggio, un’esplorazione incerta di tutto lo spazio sociale, un’avventurosa ricerca alla scoperta del senso. Forse, in Spera di notte, non possiamo parlare nemmeno di romanzo di formazione al singolare, sarebbe probabilmente utile rispolverare la vecchia distinzione che si faceva, prima della formulazione sintetica di Bildungsroman, fra romanzo di sviluppo e romanzo di magistero. Non un romanzo di formazione, ma più giovani che cercano sé stessi in modo diverso dentro ad un affresco corale di vite intrecciate. Diana Scorza è certamente la vera protagonista del romanzo, ma accanto a lei si muovono Ruggero, Filippo e Orlando. Ragazzi legati da amicizie, amori destini intimi e contraddittori: come intime e contraddittorie sono sempre le trame dei romanzi di formazione. Alle loro spalle c’è una società arcaica in trasformazione che almeno all’inizio del curatissimo libro appare come idilliaca. Una società solidale in cui i legami di cura fra quelli che sono i padroni e servi finisce per insospettire il lettore, almeno quello avvertito.
Diana, figlia di Dolina e Salvo Scorza, cresce nella servitù dei Rimonti, una famiglia nobile locale di cui abbiamo già citato Don Umberto, patriarca capace di sottolineare luci ed ombre del tempo. Dotata di una sensibilità fuori dal comune e di un dono misterioso, di cui parleremo nel finale di questo breve articolo, la ragazza attraversa la vita oscillando tra desiderio e dolore, in una costante ricerca di sé. Intorno a lei gravitano tre figure maschili che rappresentano aspetti diversi dell’amore e della conoscenza e si offrono a Diana, per come mi è sembrato di capire, come vere e proprie ipotesi di futuro: Filippo, è il primo amore di Diana, ed è ribelle, passionale; in Ruggero, il fragile rampollo dei Rimonti, non è difficile riconoscere l’eroe ariostesco tormentato da passioni che lo sovrastano; Orlando, invece, proprio in virtù del nome che porta, è un personaggio più problematico e più difficile da decifrare: un medico idealista e razionale.
La forza dei personaggi di Spera di notte nasce da una capacità di scrittura che non è roba da esordienti; incantata su un particolare fissato di traverso Francesca Senatore costruisce una narrazione viva, non un semplice racconto: un’osservazione ostinata, fissata in un punto anche quando ciò che appare davanti ai nostri occhi sembra irrilevante o difficile da sostenere. L’autrice di Spera di Notte insiste sui gesti minimi, sugli sguardi sfuggiti, sulle parole sussurrate. Non si accontenta della superficie, scava, fruga, ritorna sul punto, quando può si fa sostenere dalla sinestesia, in alcuni casi portata all’estremo. Con gli occhi strabici della letteratura Diana non è mai paga di una sola prospettiva: entra nelle case dei padroni e in quelle dei servi, ascolta la voce dei bambini, degli animali (è di Sisifo, il cane di casa Scorza, lo sguardo fedele di uno dei primi episodi significativi della vita di Diana), entra nelle vite dei malati, dei personaggi che restano ai margini: non procede in linea retta, ma si inclina, scivola, si aggira di sbieco in vite che la storia ufficiale non guarderebbe mai.
È questo sguardo obliquo che permette alla narrativa di cogliere l’essenziale: non il grande evento, ma la sua eco nelle coscienze; non la Storia, ma la vita che la storia finisce per travolgere.
Nel romanzo di Francesca Senatore questo sguardo è dappertutto: nelle mani di Diana che curano, nelle malinconie di Ruggero, nella voce febbricitante di Zia Luce che suggerisce il titolo del libro.
Spera di notte nasce proprio così: da un’attenzione acuta e laterale, capace di trasformare ciò che sembra piccolo in ciò che diventa necessario. A furia di guardare cose piccole, mi sento sempre piccolo pure io, mi pare di perdermi come una mollica in un piatto grande quanto il mare.
Il romanzo segue la crescita dei protagonisti dall’infanzia alla maturità: le estati a Pietraliscia, certamente ricordano un luogo dell’anima per l’autrice, mentre i giochi, le scoperte e turbamenti sentimentali si fanno via via più complessi. Le relazioni tra i giovani si intrecciano in un reticolo di amori, gelosie e segreti, ma il tempo è quasi scaduto. Il binomio felicità/libertà ancora possibile nella villa dei Rimonti fra i panni sbiancati e assolicchiati sta per venir meno. Maturità e gioventù sono inversamente proporzionali e concorrono ad aiutare la fine della retorica della felicità, che Francesca sfiora senza mai perdere la misura, attenta alla lezione di Baldassarre Castiglione, quella di evitare l’asperissimo e pericoloso scoglio della affettazione.
Il sasso comincia a rotolare: la Prima guerra mondiale fa l’ingresso nel suo romanzo. La vita di Diana e con lei il romanzo si trovano al crocicchio tanto temuto da Edipo. E mentre Edipo aderisce al suo destino, consacrando il mito, quello di Puntarocca, invece, il mito del felice borgo selvaggio viene eroso lentamente dalle parole della modernità. Il dialetto, presente nella prima parte del romanzo scompare. Quando tornerà nuovamente non avrà più il sapore delle parole levigate dal tempo, ma la violenza ruvida di Bastiano (un altro personaggio interessante della trama cucita da Francesca). La vita di Diana è segnata dal conflitto tra il suo bisogno d’amore e la consapevolezza del dolore che esso porta. La morte della madre, le ferite della guerra e la scoperta di verità inconfessabili che noi potremmo con qualche beneficio raccontare in questa piccola bagattella, ma con indubbi danni però per chi non avesse letto il romanzo, la costringono a confrontarsi con i limiti dell’amore umano e con la pratica del perdono. La fine della guerra potrebbe offrire all’autrice l’occasione per chiudere i conti con la storia, ma i personaggi di Spera di Notte sono ormai sfuggiti di mano al loro burattinaio e il romanzo storico pretende di esaurire il suo corso. A mettere scompiglio nelle pagine di Francesca arriva prima l’epidemia di spagnola, poi il fascismo, che regalano alla narrazione ancora una doppia vertigine.
Accanto a Diana, nelle pagine che raccontano la spagnola c’è Orlando, che rappresenta l’altra metà possibile della cura: quella razionale, costruita sui libri, sulla disciplina, sulla botanica appresa tra i campi e sulla medicina studiata.
Se Diana è la magara, Orlando è il medico; se lei cura con le mani, lui si affida allo sguardo del suo sapere; se lei attinge a una conoscenza antica, lui costruisce un sapere nuovo. Siamo nuovamente nello strabismo della letteratura. Torniamo al codice, al grande codice di Northrop Frye. Proprio, il critico canadese, in un libro che ho amato molto, “L’immaginazione coltivata”, scrive che nessuna società umana è troppo primitiva da non possedere un qualche tipo di letteratura. L’unica differenza consiste nel fatto che la letteratura primitiva non si è ancora distinta dagli altri aspetti della vita: è ancora profondamente radicata nella magia nelle cerimonie sociali. La differenza con la letteratura di consumo è data dal fatto che quest’ultima ha sempre caratteri marcatamente convenzionali. In Spera di notte, le convenzioni vengono sfidate e battute da epifanie. A guardarlo bene, Orlando che arriva con la serpe al collo è già un medico.
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