C’è stata una stagione della politica italiana nella quale chi ricopriva un ruolo pubblico avvertiva il dovere del limite. Non era una questione giuridica. Era, prima ancora, cultura istituzionale.
La disciplina delle istituzioni si fondava anche su una cultura dell’onore pubblico: la coerenza delle proprie posizioni, la lenta costruzione dei principi nelle sedi di partito, la capacità di mantenerli poi nel dibattito pubblico senza piegarli alle convenienze del momento. Potrei raccontare molti episodi di strabismo politico e di improvvise conversioni ideologiche, ma il punto è un altro: esisteva almeno l’idea che le istituzioni dovessero rimanere distinte dalla propaganda e che tra interesse generale, pur legittimo, e interesse di parte vi fosse un confine chiaro, netto e riconoscibile.
Quando si parlava di moralità pubblica, spesso non ci si riferiva soltanto al rischio delle ruberie o della corruzione materiale, ma soprattutto al pericolo di una progressiva occupazione delle istituzioni da parte dei partiti e della propaganda.
Oggi quella degenerazione appare sotto gli occhi di tutti: l’idea che ogni funzione pubblica possa trasformarsi in uno strumento permanente di consenso politico.
E a mettere in guardia contro la personalizzazione del potere e contro la tendenza a piegare le istituzioni alle esigenze della comunicazione politica continua non era soltanto la sinistra. Culture politiche diverse, talvolta persino opposte, condividevano un principio fondamentale: il ruolo istituzionale impone equilibrio, misura, sobrietà. Perché chi rappresenta un’istituzione non rappresenta soltanto la propria parte politica, ma l’intera comunità.
Oggi, invece, quel confine sembra essersi progressivamente dissolto. La politica stessa, i cittadini, perfino quelli più consapevoli, paiono aver progressivamente cancellato il solco che una cultura istituzionale aveva tracciato per il bene della Repubblica.
La comunicazione istituzionale, che dovrebbe servire a informare i cittadini, rendicontare l’azione amministrativa e garantire trasparenza, viene sempre più spesso confusa con la propaganda elettorale. Le conferenze stampa diventano comizi. Gli incontri pubblici si trasformano in appuntamenti di mobilitazione politica. I canali istituzionali finiscono per adottare linguaggi e modalità proprie della propaganda politica continua.
Il problema non è la legittimità politica di chi governa. È qualcosa di più profondo: la progressiva perdita del senso delle istituzioni.
Registro, in questi giorni, un comportamento che non mi sarei aspettato.
Nel caso specifico, il Sindaco della mia città, Mimmo Lo Polito, non poteva ricandidarsi alla carica di Sindaco in virtù dell’art. 51 del Testo Unico degli Enti Locali (D.Lgs. 267/2000), che vieta il terzo mandato consecutivo nei comuni sopra i 15.000 abitanti.
Di fronte a questo limite normativo, le strade coerenti erano sostanzialmente due.
La prima: mantenere fino alla fine del mandato un profilo rigorosamente istituzionale, comunicando ai cittadini i risultati della propria amministrazione, ma evitando di farlo dopo l’indizione dei comizi elettorali. Indizione che lui stesso ha formalmente sottoscritto.
La seconda: candidarsi direttamente al Consiglio comunale ed entrare apertamente e legittimamente nell’agone politico, chiedendo consenso per il lavoro svolto. Consenso che, con ogni probabilità, avrebbe trovato presso quanti ritengono che l’avvocato Lo Polito sia stato un buon Sindaco della città.
Si è scelta invece una terza via: non candidarsi formalmente, ma partecipare ugualmente alla campagna elettorale da protagonista, convocando adunanze che assumono chiaramente il tono e la funzione di comizi, orientando il dibattito pubblico e continuando ad occupare la scena politica da Sindaco uscente.
Ed è proprio qui il nodo politico e istituzionale.
Perché il Sindaco, fino all’ultimo giorno del mandato, non rappresenta soltanto una maggioranza. Rappresenta l’intera città. E dovrebbe quindi avvertire il dovere della neutralità.
Naturalmente questo fenomeno non riguarda soltanto la realtà locale. È ormai diventato un modello politico diffuso a tutti i livelli istituzionali. Ministri, presidenti di Regione, sindaci e perfino Presidenti del Consiglio vivono in una campagna elettorale permanente, nella quale il confine tra funzione pubblica e interesse politico appare sempre più labile.
Giorgia Meloni è stata più volte criticata — soprattutto, e giustamente, dal Partito Democratico — proprio per questa continua sovrapposizione tra ruolo istituzionale e attività di propaganda politica: un corto circuito che molti osservatori hanno giudicato pericoloso per l’equilibrio delle istituzioni democratiche.
Ma proprio per questo la critica dovrebbe valere sempre. Anche nei territori. Anche nei comuni. Anche quando riguarda amministratori vicini o politicamente apprezzati.
Un tempo la politica conosceva il senso del limite. Oggi sembra prevalere l’idea opposta: utilizzare fino all’ultimo il peso, la visibilità e l’autorevolezza dell’incarico pubblico dentro la competizione elettorale.
Un comizio di saluto è legittimo.
Ma andava fatto prima dell’indizione dei comizi elettorali.
Altrimenti non è più un saluto.
Non è una questione di illegalità, sia chiaro. È una questione di cultura istituzionale.
E, prima ancora, una questione di stile.

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