Dall’inizio: quello che appare come il punto di partenza di ogni percorso necessita di uno sguardo distante, lungo, avvertito. In questo breve pezzo non parleremo della strada fatta, ma piuttosto di quella che ci separa dal 6 e 7 giugno 2026. Per percorrere quella strada non si può non partire dalle urne e dal risultato che il voto ha consegnato all’intera comunità. Il dovere dell’analisi spetterebbe, prima di ogni altro, ai partiti, alle liste che hanno disegnato i loro simboli sulle schede elettorali, ai singoli candidati che, con coraggio, hanno accettato la sfida di sottoporsi al giudizio degli elettori.
L’analisi è una scomposizione: lo sforzo dell’uomo di ridurre il concreto o l’astratto nelle parti che lo compongono. Lo si fa a scopo di studio, per sfuggire alle offese dei giorni, per guardare meglio il piccolo senza il clamore della storia, senza la distrazione del trionfo. A vincere sono stati Anna De Gaio ed Ernesto Bello: sono loro che si contenderanno la carica di primo cittadino il prossimo 6 e 7 giugno 2026. Dietro il clamore della notizia, però, possiamo provare a leggere con attenzione nomi e numeri.
I primi numeri da guardare sono quelli dei partiti che hanno governato la nostra città nell’ultimo decennio. Quando il centrosinistra tornò a governare, dopo le elezioni amministrative del 6 e 7 maggio 2012, il Partito Democratico poteva contare su 2016 voti: il 15,61% degli elettori lo scelse al primo turno. L’UDC, allora alleato del centrosinistra, raccolse 1189 voti, mentre i miei amici socialisti raggranellarono 906 voti, Sinistra Ecologia e Libertà 831 voti, Progressisti per Castrovillari 758 voti. Il raggruppamento arrivò a contare nell’urna 5700 voti, pari al 44,01%.
Nel 2015 Domenico Lo Polito, detto Mimmo, dopo la famosa vicenda del notaio sulla costa ionica, tornò a essere eletto al ballottaggio con una manciata di voti di scarto su Giuseppe Santagata. Il centrosinistra si fermò al primo turno al 43,54%. Il Partito Democratico crebbe nei consensi: passò dai 2016 voti ai 2184 voti, facendo segnare un incremento di oltre 3 punti percentuali (18,79%); i Progressisti per Castrovillari si attestarono a 1403 voti (12,07%); i Democratici per Castrovillari ottennero 1154 voti (9,93%); Nuovi Percorsi 731 voti (6,29%).
Nel 2020 l’avvocato Mimmo Lo Polito viene eletto nuovamente. Il Partito Democratico portò alla rielezione un borsino già in calo, ma che comunque contava 1563 voti (12,85%); Progressisti per Castrovillari si fermarono a 1151 voti (9,47%), mentre i Democratici per Castrovillari trovarono nelle urne 846 voti (6,96%); Radici per il Futuro arrivò a 569 voti (4,68%). La coalizione raccolse 4630 voti (36,85%). Furono comunque sufficienti a ribaltare, nel ballottaggio, un Giancarlo Lamensa che poteva dirsi in vantaggio.
Vediamo cosa è successo nelle elezioni che si sono svolte pochi giorni fa. Il Partito Democratico scende, dopo dodici anni di governo, sotto le due cifre percentuali. Raccoglie 969 voti (8,28%). La lista Democratici per Castrovillari ottiene 810 voti (6,92%), mentre Progressisti per Castrovillari 746 voti (6,38%). La coalizione raccoglie 2525 voti. Siamo davanti a una cifra che, a parità quasi assoluta del numero di elettori — nel 2020 avevano votato 12.921 persone, mentre nel 2026 hanno votato 12.560 elettori — risulta praticamente dimezzata. Mi chiedo se questo sia un dato politico. Se una sconfitta di queste proporzioni meriti qualche commento da parte del segretario della sezione del Partito Democratico.
Con numeri del genere Ernesto Bello non sarebbe arrivato al ballottaggio. Non ci vuole molto a capirlo. Trattandosi di una matematica di livello elementare, persino il sottoscritto può arrivare a comprendere il fenomeno.
Come mai, allora, Ernesto Bello è riuscito a superare Luca Donadio con le sue sei liste e ad arrivare al ballottaggio?
La prima risposta che si potrebbe supporre è quella di avere candidati nettamente migliori, persone iscritte nelle liste elettorali con un lungo passato politico e un bacino di voti ragguardevole. Quando si vale il doppio degli altri, probabilmente — e non è certo detto — si riesce a raggranellare il doppio dei voti. Vediamo un poco. Non potendo chiedere aiuto a un consulente della qualità personale, dobbiamo provare a misurare i risultati. I 48 candidati che hanno sostenuto Bello hanno mediamente portato a Ernesto Bello circa 52 voti a testa. I candidati di Luca Donadio raccolgono mediamente 35 voti a testa. Quelli della professoressa De Gaio portano a casa mediamente più voti di tutti: poco più di 59 voti.
Insomma, con questi scarti la differenza avrebbe potuto farla solo il numero di persone presenti nelle liste elettorali a sostegno del sindaco, ma nelle elezioni comunali c’è il voto disgiunto.
È stato proprio il voto disgiunto a essere determinante nel permettere all’avvocato Bello di approdare al secondo turno.
Che nelle amministrative una quota di elettori separi il voto tra sindaco e consigliere è fisiologico. Accade ovunque. È la natura stessa delle comunali: il cittadino sceglie spesso il consigliere di famiglia, di quartiere, di relazione, mentre sul sindaco compie una valutazione più politica o personale. Questo è un dato che Ernesto Bello può leggere certamente come positivo, perché gli riconosce un buon appeal sull’elettorato. Interessante, però, è misurare, se possibile, quanto ciò che è accaduto nelle urne sia naturale oppure frutto di geometrie politiche diverse.
L’avvocato e amico Lucio Rende, nei giorni scorsi, commentando il dato, ha offerto alla comunità una parafrasi di Ennio Flaiano: «A Castrovillari la linea più breve tra due punti è l’arabesco». La citazione di Flaiano è meravigliosa e rende conto del voto disgiunto di queste amministrative come di un fenomeno che sembra essere più marcato del solito. Ma proviamo anche in questo caso a misurare il fenomeno. Nel primo turno delle amministrative del 2020, ad esempio, il voto disgiunto aveva proporzioni più contenute. Mimmo Lo Polito, già sindaco — e questo significa qualcosa — e poi rieletto al secondo turno, aveva ottenuto 501 voti in più delle sue liste. Ernesto Bello riesce a fare meglio di Mimmo Lo Polito, che nel 2020 era sindaco in pectore, raggiungendo quota 879.
Tornando all’arabesco tracciato da Lucio Rende, potremmo dire che, se eliminassimo la considerazione politica preliminare — il clamore della vittoria o della sconfitta, per dirla semplicemente — tutti converremmo con il “poeta marziano”, come alcuni chiamavano Flaiano. Tutti ci accorgeremmo che il fenomeno registrato in molte sezioni è sorprendente. Qui potrei citare nomi e numeri, ma non credo sarebbe decisivo per la mia analisi. La domanda è se quel tratto sia di natura ornamentale, come avveniva nel barocco o nel rococò, oppure se sia nato per rappresentare un ordine più profondo, come avveniva, e avviene ancora, nelle moschee.
I numeri, per vocazione, parlano da soli e registrano un comportamento dell’elettorato di centrodestra non dissimile da quello di qualche anno fa. La coalizione di centrodestra si presenta come una coalizione forte, ma una parte dell’elettorato non vota pienamente il candidato sindaco. Questo suggerisce una caratteristica strutturale del voto castrovillarese che, nel caso di queste amministrative, sembra rafforzarsi. Nel 2020 la coalizione che sosteneva Giancarlo Lamensa raccolse circa 5938 voti di lista, mentre il candidato sindaco si fermò a 5509 voti. Il dato registrava già allora una differenza negativa di oltre 400 voti. Nel 2026 la dinamica si ripete quasi perfettamente: le liste che sostengono Anna De Gaio raccolgono complessivamente 5731 voti, pari al 49% dei voti validi, mentre la candidata sindaco si ferma a 5357 voti, il 43,59%. Mancano all’appello 374 voti.
È un fenomeno che può essere derubricato a semplice casualità statistica?
Una parte dell’elettorato del centrodestra continua evidentemente a utilizzare il voto disgiunto come strumento di compensazione politica. Se il comportamento dell’elettorato di centrodestra, come già detto, rimane sostanzialmente stabile rispetto alle tornate precedenti, cambia invece la capacità di attrazione del candidato del centrosinistra.
La differenza non è marginale: è il segnale di un voto trasversale molto più esteso e organizzato.
Qui emerge il punto politico vero. Con una coalizione ferma a 2525 voti, Ernesto Bello non sarebbe mai approdato al ballottaggio senza una quota consistente di elettori provenienti da aree diverse dalla sua. È un risultato spiegabile con il carisma personale del candidato? Potrebbe essere, ma nelle analisi bisogna valutare tutte le ipotesi, anche quelle che possono sembrare riduttive e, forse, ingenue. Quando il fenomeno assume dimensioni tanto ampie, ripetute in molte sezioni cittadine, la politica deve interrogarsi sulla possibilità che il voto disgiunto sia diventato non più una semplice eccezione fisiologica, ma una pratica sistemica di potere, o una modalità di aiuto degli amici, o ancora un tentativo di resa dei conti.
La sensazione, osservando i dati, è che nelle urne castrovillaresi si siano mossi contemporaneamente più livelli politici. C’è stato certamente il voto personale; c’è stata probabilmente una quota di elettorato moderato che non ha voluto seguire fino in fondo il candidato della propria coalizione; ma c’è stato anche, con ogni probabilità, un sistema di relazioni trasversali che ha consentito a Bello di raccogliere consenso ben oltre il perimetro del Partito Democratico.
È qui che il tema diventa delicato. Perché il voto disgiunto, quando supera una certa soglia, smette di essere soltanto una libera espressione individuale e diventa un indicatore politico. Diventa il sintomo di una città nella quale le appartenenze tradizionali si sono indebolite e le alleanze si costruiscono sempre più spesso dentro le sezioni elettorali, lontano dalle dichiarazioni ufficiali e dai simboli stampati sulla scheda.
Questo può essere vero? A guardare quello che è successo prima della partenza, il dubbio è legittimo. Legittimo anche per un paradosso facilmente leggibile, persino agli occhi dei più incauti, come il sottoscritto. Il centrodestra si conferma forza largamente maggioritaria nelle liste; il centrosinistra, dopo dodici anni di governo, esce drasticamente ridimensionato; eppure il candidato sostenuto dal Partito Democratico riesce ugualmente a raggiungere il ballottaggio grazie a un consenso che appare mobile, trasversale e difficilmente classificabile.
E il civismo che ruolo gioca in questa partita?
Se ci fermassimo alla superficie dei simboli, potremmo leggere il voto del 25 e 26 maggio attraverso le categorie tradizionali: centrodestra, centrosinistra, liste civiche, voto personale. Ma, osservando meglio i numeri, il civismo sembra aver smesso di essere una semplice area politica autonoma per trasformarsi in un luogo di attraversamento. La coalizione che sosteneva Luca Donadio raccoglie 3268 voti di lista e il candidato sindaco arriva a 3298 voti. La differenza è minima: appena trenta voti. È un dato che racconta un elettorato compatto, quasi perfettamente coincidente con il proprio candidato. Diversamente da quanto accade a Ernesto Bello, qui il consenso sembra restare dentro il recinto politico che lo ha generato: quel recinto diventa decisivo proprio perché rappresenta il deposito più grande di voti mobili in vista del ballottaggio.
Alla fine ci tocca annotare che le coalizioni tradizionali sembrano esistere ancora sul piano organizzativo, ma sempre meno su quello elettorale. Il voto non si trasferisce più automaticamente dal consigliere al candidato sindaco; le filiere politiche si interrompono; le appartenenze diventano intermittenti. Dentro questa trasformazione il civismo occupa uno spazio che rischia di diventare ambiguo: non rompe il sistema, come qualcuno ha detto, ma lo rende ancora più fluido.
Una fluidità che era già dentro i partiti, già nel nostro sistema sempre più ancorato agli uomini e poco all’appartenenza ideologica.
Oggi è difficile dire se il voto disgiunto sia stato soltanto il prodotto spontaneo della libertà dell’elettore, che ha legittimamente scelto Ernesto Bello perché convinto dal suo dire, oppure se quel voto sia il riflesso di una città nella quale i rapporti politici si costruiscono ormai secondo linee sinuose, difficili da decifrare, lontane dalla geometria semplice delle coalizioni ufficiali.
Forse è questa la vera domanda che il voto lascia sul tavolo del ballottaggio del 6 e 7 giugno. Ma nell’ultimo turno si segnerà soltanto un nome: Ernesto Bello oppure Anna De Gaio.
Se non si potrà rispondere a tutti i dubbi che attraversano questo scritto, si potrà almeno rispondere a un paio di questioni. L’“ematoma 374” sarà riassorbito dal centrodestra? Come si comporterà la coalizione civica di Luca Donadio?
Lo sapremo nei prossimi giorni.

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