Appena lasciata la terra della Regina.

Appena lasciata la terra della Regina.

Il secondo nero è incastrato fra la politica e la scuola: appeso ad un chiodo che rischia di non tenere.

Del resto, appena tirato giù il cappello del pittore, appena tornati dalle piagge di Alice, si deve fare i conti con la fine del clamore degli inizi, con i panni sporchi della terra dei vivi e puzzolenti uomini.

È una terra diversa da quella del giardino della Regina di Cuori. Non ci sono carte che corrono, né fenicotteri usati come mazze da croquet. Qui il campo è arso e maleodorante e sotto la sua superficie non si nascondono meraviglie ma rifiuti speciali di ogni tipo, scarti accumulati nel tempo, video sepolti in fretta perché nessuno li veda.

Nella terra dei vivi e puzzolenti uomini non si gioca a croquet. Si scavano buche per i morti ammazzati. Si coprono errori: spesso si alza una polvere fastidiosa che non lascia pace alle narici e s’infila in gola.

Il primo nero, quello che invocava il quadrato appeso da Kazimir Malevič nell’angolo di una stanza, era un vuoto necessario, una soglia. Un nero che chiedeva allo sguardo di fermarsi, di sospendere il giudizio, di ripartire da zero.

Il secondo nero non regala pace. Non è l’assenza fertile dell’arte, ma la materia opaca delle cose che restano quando il rumore finisce. È il nero della terra smossa, delle parole dette troppo in fretta, delle discussioni che, appena varcata la soglia delle Meraviglie, tornano a pesare come sassi.

È il nero della realtà, dove il clamore si spegne e restano soltanto le voci basse, le mani sporche e quella polvere sottile che continua a grattare la gola, come se qualcosa, laggiù sotto, non volesse proprio restare sepolto.

Il clamore della terra di Alice è spesso un artificio leggero, una costruzione fragile e seducente. Non c’è nulla di sbagliato, finché non promette ricompense o distribuisce minacce. È quando la Regina comincia a mercanteggiare con le carte del suo mazzo che il gioco scivola verso il baratro.

Allora anche i ciuffi ostinati — sostenuti da lacche generose — si abbassano. Il vento passa e tutto torna all’ottusa gravità del quotidiano. L’entusiasmo del cappellaio matto resta confinato all’ora del tè, mentre la conversazione si incrina e s’incaglia.

Le domande tornano a bussare. I fogli si riempiono di ripetizioni, di formule riscritte troppe volte sullo stesso foglio, di interrogativi già chiusi fuori. La meraviglia cede allora la forbice al giardiniere che accorcia, taglia, concima e, speriamo, restituisce forza alla radice.

Illustrazione di Benjamin Lacombe

Francesco Gallo

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