Oltre il candidabile.

Oltre il candidabile.

Appunti sulle amministrative del maggio 2026

Molti anni fa mi occupai di rapporti fra immagini e parole e mi imbattei in un libro importante, Arte ed entropia. In quel testo Rudolf Arnheim spiegava che ogni forma nasce come resistenza al disordine. L’entropia, nella sua accezione più ampia, è la tendenza naturale a scivolare verso il caos, a disperdere energia senza produrre significato. L’arte, al contrario, è organizzazione, costruzione di equilibrio, capacità di dare forma a ciò che altrimenti resterebbe informe.

Se si prende sul serio questa lezione, si capisce che anche la politica, quando è all’altezza del proprio compito, è un’arte nel senso più alto del termine: non perché abbia una finalità estetica, ma perché organizza il conflitto, costruisce un ordine condiviso, produce senso collettivo. Nessuno immagina un’arte lineare. E così non dovrebbe immaginare una politica lineare. La confusione è fisiologica, il contrasto è inevitabile, le ambizioni si urtano, i gruppi dirigenti cercano una sintesi. È la politica, e la politica, quando è viva, non è mai una linea retta.

Poi, però, arriva un punto in cui il disordine smette di essere fisiologia e diventa sintomo: dapprima i segnali sono lievi, quasi trascurabili; poi si fanno più insistenti, più visibili, più profondi. Quando il malessere non riguarda più un singolo episodio, ma investe il metodo, il linguaggio e perfino il senso del limite, allora bisogna avere il coraggio di riconoscere con franchezza che, a Castrovillari, nel clima che accompagna le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026, si è andati ben oltre il conflitto fisiologico della politica.

Storcere il naso

Qualcuno ha storto il naso per la mia piccola caricatura tratteggiata ne Il candidabile, ma oltre il gioco temo ci sia una constatazione politica. La morale la lascio a chi può permettersi il lusso di usarla. Per settimane, attorno alla candidatura a sindaco della città, si è addensato un clima che non ha nulla di alto, nulla di pedagogico, nulla di istituzionale. Nomi fatti filtrare e poi smentiti. Candidature più presunte che reali. Tavoli che si riuniscono senza decidere. Percorsi dichiarati “ampi” e “condivisi” che, alla prova dei fatti, risultano opachi o minoritari. Tentativi di neutralizzare alleati interni. Profili evocati non per ciò che rappresentano, ma per ciò che dovrebbero impedire. Disponibilità chieste sottovoce e ritirate a mezza bocca. Figure considerate praticabili solo fino al punto in cui non alterino gli equilibri tra apparati. Tutto questo in una città che avrebbe bisogno esattamente del contrario: serietà, visione, chiarezza, responsabilità.

Il primo punto da ristabilire è semplice: la candidatura a sindaco non è un espediente organizzativo nelle mani dei partiti, utile a gestire rapporti di forza e assetti di potere. Dovrebbe essere il modo attraverso cui si affida alla città una figura capace di rappresentarne la comunità. Può sembrare un’ovvietà. E invece non lo è più. Una candidatura a sindaco è, o dovrebbe essere, un fatto istituzionale prima ancora che elettorale. Non è soltanto la scelta di un nome da stampare su un manifesto. È la forma con cui una comunità politica dice alla città: questa persona, con questa storia, con questa idea di governo, con questa credibilità pubblica, è la figura che riteniamo migliore da sottoporre al giudizio dei cittadini. Per questo, proferire un nome non è la somma di significanti, ma la costruzione di un significato.

Tutto ciò non può ridursi a un gioco di posizionamenti o alla ricerca del profilo spendibile. Meglio un uomo o una donna? Un giovane o un vecchio? Un socialista o un comunista? Un civico o un movimentista? La parola che in queste settimane sembra aver sostituito ogni altra, anche quando non viene pronunciata, è una parola misera: candidabile. Non si cerca il migliore, il più autorevole, il più radicato, il più limpido, il più capace, quello che meglio di altri possa tenere insieme una visione della città e un’etica della funzione pubblica. Si cerca il candidabile: cioè chi sia capace di portare qualche voto senza far saltare il tavolo.

Chiunque abbia una minima consuetudine con la storia dei partiti democratici sa che il metodo non è un dettaglio procedurale, ma sostanza politica. Non perché in passato mancassero tatticismi o lotte interne, non mancavano affatto, ma perché esisteva almeno la consapevolezza che il modo in cui le decisioni vengono assunte educa o corrompe la vita pubblica. Aldo Moro, permettetemi di citare chi pagò con la vita la sua idea della politica, era convinto che la democrazia fosse anzitutto paziente costruzione di legittimità reciproca: non un colpo di mano, ma un faticoso riconoscimento delle condizioni attraverso cui una scelta può diventare rappresentativa. A questa idea si possono accostare la nettezza morale di Berlinguer, il senso della dignità pubblica di Pertini e, più in generale, la consapevolezza, comune alle grandi culture politiche del Novecento, che chi esercita o aspira al potere debba avere ben presenti le conseguenze dei propri atti e la serietà della funzione.

Tutto questo, a Castrovillari, e purtroppo non solo a Castrovillari, sembra essersi dissolto.

A sinistra del proprio naso

Sul versante del centrosinistra, il punto non è, o almeno non dovrebbe essere, la mia ironia sul trascorso dell’avvocato Bello, che ha militato in Forza Nuova. Il punto non è la demonizzazione biografica del singolo. Il punto è un altro: come nasce una candidatura e con quale grado di verità pubblica viene consegnata alla città. Se una parte dello stesso mondo progressista osserva che una certa candidatura non è il frutto di un confronto ampio, limpido e realmente condiviso, ma l’esito di una forzatura maturata dentro una porzione del Partito Democratico, allora il problema non è il carattere del candidato. Il problema è il metodo che produce quella candidatura.

Quando, di fronte a una questione politica serissima, si risponde con argomenti del tipo “era giovane”, “si può cambiare idea”, “ha maturato anni una coscienza politica e da tempo lavora con realtà democratiche”, non si affronta il problema: lo si rimuove. Certo che una persona può cambiare; certo che un giovane non coincide con una fotografia che molti anni prima lo ritrae accanto ad Alessandra Mussolini; certo che l’evoluzione esiste e, quando è autentica, è persino un bene. Ma qui non si tratta di celebrare o negare la possibilità del ravvedimento. Qui si tratta di una cosa più seria: quale idea di rappresentanza pubblica si costruisce attorno a una candidatura controversa e attraverso quali passaggi la si legittima davanti alla città. Ed è lecito chiedersi se l’intero centrosinistra non avesse davvero una figura più capace di rappresentare il campo riformista?

La politica non è un tribunale dove si processano le anime e i loro ravvedimenti, ma non può nemmeno diventare il luogo in cui ogni contraddizione simbolica viene semplicemente riassorbita, ricodificata e resa innocua in nome dell’opportunità del momento.

A destra del proprio naso

Se il centrosinistra almeno sembra aver prodotto un nome, pur dentro tutte le opacità e le torsioni del caso e, a mio avviso, con una scelta infelice, il centrodestra castrovillarese offre uno spettacolo, se possibile, ancora più desolante. Per mesi si è atteso che emergesse una candidatura da Forza Italia, con l’idea che fosse proprio quel partito a dover esprimere la figura di sintesi. Ma dai tavoli non è uscito nulla. Si è poi tentato di costruire un profilo di area moderata, esterno o semi-esterno, che consentisse di contenere o marginalizzare Fratelli d’Italia. Anche questa operazione non ha prodotto esiti. Oggi il paradosso è che il candidato dovrebbe venire proprio da Fratelli d’Italia, cioè dal partito che si voleva politicamente ridimensionare, ma la sua componente maggioritaria non sembra intenzionata ad assumersi fino in fondo questa responsabilità. Resta, in controluce, una figura che sarebbe disponibile ad accettare, ma il prezzo, si dice, sarebbe addirittura l’espulsione da Fratelli d’Italia.

Se tutto questo corrisponde anche solo in parte al quadro reale, allora non siamo davanti a una normale difficoltà di coalizione. Siamo davanti a una crisi della decisione politica. Perché una coalizione che non riesce a produrre una candidatura senza entrare in una spirale di veti, dissimulazioni, neutralizzazioni reciproche e possibili sanzioni interne non sta semplicemente attraversando una fase difficile: sta mostrando alla città di non possedere più una grammatica minima della responsabilità.

È chiaro che la politica non può evitare il conflitto, ma è suo compito dargli forma pubblica, linguaggio, misura e responsabilità. Quando non ci riesce più, il conflitto smette di essere dialettica e diventa degrado.

Oltre il proprio naso

C’è poi un punto che dovrebbe inquietare più di ogni altro. Quel punto ha un nome preciso: Castrovillari.

La città scompare. Scompare la comunità che invecchia, quella che perde giovani, quella che fatica a produrre lavoro stabile, quella che vede indebolirsi il proprio ruolo nel comprensorio, quella che dovrebbe ripensare il proprio rapporto con il Pollino, con la Sibaritide, con i servizi, con il commercio, con la scuola, con la mobilità, con il proprio ruolo istituzionale.

Questa è, a mio avviso, la forma più seria dell’indecenza. L’indecenza non vive tanto nel conflitto, che in certe occasioni può perfino assumere tratti di maleducazione, quanto nel fatto che il conflitto tenga in ostaggio i cittadini.

Quando la città diventa lo sfondo su cui partiti, correnti, cerchie, fedeltà al potente di turno e apparati regolano i propri equilibri interni, allora il patto democratico si rovescia. Non sono più le forze politiche al servizio della comunità: è la comunità a essere usata come materiale di consumo per i giochi interni della politica.

Le stagioni politiche italiane sono state molte e in ognuna ci sono stati dirigenti, capi corrente, uomini d’apparato, militanti, tribuni, dominus, comunicatori. Eppure, si era almeno in grado di comprendere che tutte queste figure e la figura istituzionale non sono la stessa cosa. La figura istituzionale non è soltanto una persona che raccoglie voti. È qualcuno che, già prima di essere eletto, ha mostrato senso del limite, misura della parola, rispetto del metodo, capacità di rappresentare anche chi non lo voterà.

Le grandi culture politiche del Novecento (quella cattolico-democratica, socialista, comunista, repubblicana) con tutte le loro differenze, condividevano almeno una cosa: la serietà con cui si affrontava la selezione della classe dirigente. Non sempre ci riuscivano, ma almeno sapevano che si trattava di una soglia delicata, di una scelta che non poteva essere trattata come una semplice partita di assestamento tra gruppi dirigenti intenti a riposizionarsi dopo una vittoria o una sconfitta elettorale.

Quando il metodo viene considerato un fastidio, quando la trasparenza smette di essere un valore, quando il confronto si dimostra puntualmente un intralcio e una comunità diventa soltanto un presidio elettorale, allora si apre il varco alla peggiore campagna elettorale possibile.

Come si arriva a questo punto? Probabilmente perché si è dimenticata l’unica domanda che dovrebbe guidare una discussione pre-elettorale degna di questo nome: chi è oggi la figura istituzionalmente più degna di chiedere il governo della città?

Smesso il senso della dignità, si perde anche il rispetto che si deve a una città. Si può sbagliare un nome. Si può perdere una trattativa. Si può perfino comprendere la difficoltà della fase storica che il nostro Paese attraversa. Ma non si può e non si deve perdere il senso del rispetto dovuto alla città.

E questo rispetto, oggi, a Castrovillari, sembra drammaticamente in discussione.

È per questo che la discussione di queste settimane non dovrebbe essere archiviata come una semplice parentesi pre-elettorale, ma dovrebbe diventare occasione di una presa di coscienza più severa.

Una severità da ricercare non solo nel campo della politica, ma in quello dell’informazione, spesso ridotta a smistare comunicati, in quello dei corpi intermedi, diventati ostaggi di interessi sempre più di parte, dei cittadini poco propensi a domandarsi se davvero hanno qualche competenza da mettere a disposizione della comunità.

Ed è proprio lì, nella sostituzione sistematica del valore e del merito con il marketing del potere, che oggi si misura la nostra caduta.

Francesco Gallo

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