Ieri sera, nella sede di Civicamente a Palazzo Cappelli, ho partecipato a un incontro sulla progettazione culturale organizzato dall’associazione politica che sostiene l’amico Luca Donadio.
È stato un momento partecipato, con tanti spunti e anche con interventi che hanno avuto il merito di dire chiaramente, senza inutili infingimenti, ciò che spesso si evita: il sistema culturale costruito nelle ultime consiliature mostra crepe evidenti.
A Luca bisogna riconoscere, intanto, di aver messo a disposizione, per tempo, il suo nome per lo scranno del municipio del Pollino.
E gli altri?
Dov’è il Partito Democratico che ha governato per oltre dodici anni? È possibile che non sia stato in grado di preparare un “dopo Lo Polito”? Di chi è la responsabilità di questo increscioso ritardo: di un partito distratto o di una guida che ha preferito non costruire alternative per ragioni che almeno io non comprendo?
Dopo la vittoria del referendum, è possibile che il centrosinistra non sia capace di offrire un nome alla comunità che sappia guardare con obiettività alle cose giuste fatte nell’ultimo decennio e correggere quelle che, con tutta evidenza, non sono andate come sperato? Perché non si è pensato da subito proprio a Luca, che chiuse, assieme a Riccardo Vico, la campagna elettorale di Mimmo Lo Polito?
E ancora: dov’è stata, in questi anni, l’opposizione? Possibile che non sia emersa, dal consesso comunale, una personalità riconoscibile, autorevole, seria, capace di rappresentare un’alternativa all’amministrazione uscente?
Ciò che mi pare di riconoscere dietro questi interrogativi non sono i volti dei cittadini, ma le tristi sembianze del potere.
Un sindaco non è un taumaturgo capace di sanare i mali della comunità. La stagione degli uomini forti ha portato sciagure al nostro Paese (potrei scrivere anche paese in minuscolo, ma il grande ingloba il piccolo) e il riformismo non può cedere alla tentazione semplificatoria della Destra.
È per questo che ieri ho chiesto a Luca, che ha sempre promosso la logica del “noi”, di aprire ai partiti, che restano organi a rilevanza costituzionale e non possono essere rimpiazzati dal civismo (la storia recente del Movimento Cinquestelle lo ha ben dimostrato). Pensare che un nome, qualunque sia il nome, possa risolvere tutto è l’illusione più pericolosa che possiamo permetterci.
Se vogliamo davvero una città decorosa e con maggiori occasioni, dobbiamo lavorare di più e meglio, insieme e con coraggio: il riformismo, quello autentico, è faticoso e richiede tempo, ascolto, competenza.
Non manca molto all’appuntamento elettorale del 24 e 25 maggio prossimo: le prossime ore saranno determinanti. Non so se si debba invertire la rotta (se lo facessimo almeno con il numero delle donne candidate non sarebbe male), certo il nostro comune ha bisogno di cambiare passo, ha necessità di affrontare i reali problemi restando con le scarpe nel fango e la speranza fra le mani.

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