Castrovillari,
26 dicembre 2025.
Carissimo Maestro,
è servito un po’ di tempo, ma alla fine è successo davvero quello che tante volte auguravi alle tue parole e ai nostri sogni ingenui di studenti. Il senso è venuto meno: la cerca avventurosa che tanto hai amato è finita nel turbine che accompagna il sibilo del vento.
Molti anni fa giocavi a lezione con suoni per me non facili da riconoscere; tante volte era Angela ad aiutarmi a trovare il bandolo di una matassa difficile da maneggiare. Il gioco, però, lo ricordo bene: era appassionato, divertito, mai banale. S’infilava nelle pagine dei libri che portavamo in tasca, piegando la volontà degli scrittori allo sguardo carico del suono dei grilli che ad Arcavacata non trovavano modo di riposare.
L’aula circolare, l’aula L e quella L1 non ci sorprendevano assenti quasi mai: aspettavamo che arrivassero Ariosto, Tasso; capitava a volte Montale, nascosto in un commento immancabile, fuori le righe.
L’amore non era universale né indiscutibile, non aveva passi rassicuranti: viveva nelle cucine di taverne poco frequentate e mangiava storie non facili da digerire. Il tradimento era sempre preferibile all’ipocrisia: Gano non era solo un personaggio dell’Orlando, ma un modo per smascherare il proprio cane fedele. Nel doppio fondo della giacca, alcune volte, morivano libri a cui altri avrebbero preferito una pizza e una birra.
Stefania la immaginavamo come Angelica, ma non l’avevamo ancora conosciuta; la tua casa come la grotta dove Medoro aveva inciso il veleno del paladino di Carlo Magno. Quando non arrivavi in Calabria chiedevamo di te a Hillman, come erranti alla ricerca di una basilica più lontana.
Il treno di Angela partiva sempre prima del mio autobus: si faceva in tempo ad accompagnarla alla stazione e a chiacchierare della vite che, morta, dava crespa una veste alla folata. Poi Roma: la panetteria a Campo de’ Fiori, le librerie di via dei Pellegrini, il Mosè di Michelangelo, il giro degli antiquari, i caruggi di Genova con Melina e la promessa di rivedervi con Ismaele.
Goditi il tempo che rimane senza l’assillo dei nomi, senza voler riconoscere a tutti i costi — con quella che dicevi essere la protervia dei critici — le voci di tutti. Goditi l’inutile: ciò che la malattia ha scartato è solo il significato.
Maestro mio, ci hai insegnato a non cercare sempre nel cielo una redenzione, a non salvare tutto a ogni costo, a portare con noi anche ciò che pesa e non serve più. Se qualcosa di questo cammino continua a reggere, è perché non abbiamo provato a scrivere l’ultima parola, a colmare i vuoti dei figli non nati.
Con la gratitudine di un momento,
tuo f.g.
