Kuroko. VI Giornata di Primavera. Rigetto. La fame dell’occhio.

Kuroko. VI Giornata di Primavera. Rigetto. La fame dell’occhio.

Non è la scrittura a governare Rigetto, ma la regia. O meglio: la regia diventa il dispositivo che rende possibile la scrittura. Il testo di Dino Lopardo rischierebbe continuamente la dispersione, l’accumulo, il cortocircuito incontrollato tra registri diversi: fame e desiderio, trauma e pornografia, realtà e performance, corpo e rappresentazione. Invece la messinscena trova una propria disciplina visiva e ritmica. Il frigorifero diventa asse prospettico, le luci costruiscono inquadrature, le voci fuori campo funzionano come controcampi interiori. A tratti sembra di assistere a un film montato dal vivo.

Rigetto più che raccontare una storia organizza uno sguardo. Lo spettatore riceve un binocolo, ma quello che sembra uno strumento di libertà si rivela presto un dispositivo di controllo. Non serve ad allargare il campo visivo. Serve a restringerlo, a farci guardare esattamente nel punto in cui il regista ha deciso che si debba guardare.

Il teatro, di solito, lascia vagare gli occhi. Permette distrazioni, deviazioni, fughe laterali. Qui accade il contrario. Lo sguardo viene continuamente convocato, indirizzato, disciplinato. Il binocolo diventa l’estensione materiale della regia. Non osserviamo ciò che scegliamo di osservare: guardiamo ciò che qualcuno ha deciso di rendere visibile.

Per questo la sensazione è più vicina al cinema che al teatro. Non perché la scena imiti il linguaggio cinematografico, ma perché ne assume il principio fondamentale: l’inquadratura. Ogni luce delimita un campo. Ogni apparizione seleziona una porzione di realtà. Ogni vuoto esclude ciò che resta fuori dall’immagine.

Il frigorifero, acceso nel buio, funziona allora come un piccolo schermo. Attorno a quella sorgente luminosa si costruisce una geografia dello sguardo prima ancora che dei personaggi. Anna e Clara non occupano semplicemente la scena: vengono continuamente messe a fuoco, isolate, esposte.

Lo spettatore non assiste. Spia.

Forse è proprio questa la tensione più interessante dello spettacolo. Perché il tema del corpo attraversa tutta la drammaturgia, ma prima ancora è il nostro sguardo a essere chiamato in causa. Guardare qualcuno che mangia. Guardare qualcuno che si espone. Guardare qualcuno che soffre. Guardare qualcuno che trasforma la propria fame in contenuto. Anna e Clara sembrano abitare due forme opposte della stessa prigionia. Anna vive il corpo come un campo di battaglia. Clara come una superficie di esposizione. Una si sottrae allo sguardo. L’altra lo cerca. Entrambe finiscono intrappolate nella stessa immagine.

Per tutta la durata dello spettacolo siamo costretti a guardare. Ma siamo costretti anche a domandarci che cosa significhi guardare. Quanto c’è di cura in uno sguardo? Quanto c’è di desiderio? Quanto di violenza?

A tratti emergono gli squilibri della scrittura. Anna possiede una necessità drammatica che attraversa tutto lo spettacolo. Clara, al contrario, sembra talvolta caricarsi di temi prima ancora che di contraddizioni. Corpo esposto, performer, vittima, influencer, sopravvissuta: la sua figura finisce per sostenere molte funzioni contemporaneamente. La regia riesce a trasformarla in presenza scenica; la scrittura non sempre le concede la stessa inevitabilità alle parole.

Eppure, quando le luci si abbassano, non restano né i temi né le tesi. Resta quell’inquadratura ostinata costruita attorno a un frigorifero acceso nel buio. Resta la sensazione di essere stati sorpresi a guardare qualcosa che forse non avremmo dovuto vedere. Resta l’ammirazione per una regia nitida e visionaria.

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Rigetto

Regia, drammaturgia, scene e luci: Dino Lopardo
Attrici: Angela Ciaburri, Claudia A.Marsicano
Aiuto regia: Valentina Medda
Costumi: Annamaria Porcelli
Ambienti sonori: Mario Russo
Produzione: Viola Produzioni – Centro di Produzione teatrale
Con il supporto di: Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt)

Francesco Gallo

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