In questi giorni mi è difficile pensare alla morte con la distanza critica che servirebbe a questo articolo. Mi viene incontro troppo da vicino, senza il pudore delle parole che ti aspetti. Forse per questo Vorrei morire non so come fare appare ai miei occhi uno spettacolo su ciò che resta intorno alla morte, un lavoro sul tempo: quello che proviamo a occupare, a trattenere, a perdere, a riempire di parole prima del silenzio.
Tira e Molla parlano. Parlano senza sosta. Parlano della morte, del suicidio assistito, della malattia, dei genitori che invecchiano, delle sorelle che feriscono, dei direttori che si offendono, dei figli stupidi, dei grassi idrogenati, dei moscerini della frutta, di Helsinki e di Hanoi, dei Kit Kat, dei cappelli da cowboy, di Shakespeare e di una tazzina di tè rovesciata durante un suicidio immaginario.
Parlano di tutto, parlano sempre della stessa cosa. Samuel Beckett aleggia sullo spettacolo come un parente lontano. Non una citazione, piuttosto una parentela di sguardo. Come un vecchio genitore chiuso in un bidone che osserva la scena da lontano. Come in Giorni felici o in Finale di partita, anche qui i personaggi sembrano abitare un tempo sospeso, una terra di mezzo in cui il problema non è morire, ma continuare a vivere. La morte non entra mai davvero in scena perché è già lì: domestica. Seduta al tavolo con la sua pastina in brodo. Invisibile e paziente. Aspetta che le parole si consumino.
Ma le parole non si consumano. Girano attorno alle cose come un cucchiaio nelle mani di chi non riesce più a mangiare.
Deviano. Proliferano. Si aggrappano ai dettagli più insignificanti. Racconti, dati, slogan, confessioni, invettive, testimonianze. Procedono per associazioni, ritorni, cortocircuiti. Si costruiscono mentre si smontano. Trovano il proprio ordine nell’apparente dispersione.
Eppure non c’è nulla di casuale. La regia lavora con la precisione maniacale del buon musicista. I battiti delle mani, i colpi di gomito, le sospensioni, i silenzi, le ripetizioni, i piccoli movimenti del corpo costruiscono una partitura rigorosa dentro la quale il flusso verbale può scorrere liberamente.
Il vero spettacolo sembra accadere nello spazio infinitesimale che separa una battuta dalla successiva, la vita dalla morte.
Anche in questa piccola cronaca dovrebbe accadere qualcosa. Ma cosa? Come cambia direzione un pensiero? In quale istante l’inquietudine diventa sorriso e il sorriso torna a essere inquietudine?
Vorrei morire non so come fare è uno spettacolo profondamente comico, di quella comicità che non alleggerisce il dolore ma lo rivela. Come in Beckett, il riso non nasce malgrado la sofferenza: nasce dalla sofferenza stessa. Cosa c’è di più comico del dolore umano, si chiede Nell nel bel mezzo del suo gioco al massacro con Nagg.
La morte viene avvicinata attraverso il paradosso, il gioco, l’assurdo. Non viene mai monumentalizzata. Non diventa materia sacra. Viene riportata continuamente a misura d’uomo. Una misura fragile, buffa, contraddittoria. Forse per questo i momenti più potenti non sono sempre quelli che affrontano direttamente il fine vita, pure centrali e necessari, ma quelli in cui la riflessione filosofica si nasconde dentro dettagli apparentemente insignificanti: un cappello che non si riesce a sventolare, un chiodo piantato in due anni. Una ninna nanna. Un Kit Kat.
Piccole cose che assumono una densità inattesa. Come se la vita, prima di essere una questione metafisica, fosse soprattutto una collezione di gesti minimi. Gli stessi gesti a cui ci riduce il Parkinson, la SLA. Il dolore non è un argomento, ma un corpo.
Alla fine rimangono corpi. Persone. Scelte. Rimangono domande. Le domande, a un certo punto, si trasformano in Da-da-um-pa. Il balletto reso celebre dalle gemelle Kessler nel 1961 ritorna come un controcanto inatteso. Leggero, televisivo, quasi frivolo. E proprio per questo perturbante. Sembra accompagnare un rito funebre senza volerlo dichiarare. Una danza macabra sorridente. Come se il teatro, davanti all’inevitabile, non potesse fare altro che continuare a ballare proprio nell’anticamera del nulla.
Alla fine resta la sensazione di avere assistito a una lunga conversazione sul bordo di un precipizio. Non disperata. Non consolatoria. Ostinata.
Tira e Molla non sconfiggono la morte. Non potrebbero. Riescono però a fare qualcosa di altrettanto umano: ritardarla attraverso la parola, come Shahrazād che racconta per rinviare l’alba, come i giovani del Decameron che parlano per tenere lontana la peste.
Un minuto ancora.
Una battuta ancora.
Da-da-um-pa.
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Vorrei morire non so come fare
Roberto Scappin | Paola Vannoni
Produzione: quotidianacom, Tuttoteatro.com, Kronoteatro
In collaborazione con: Sala Teatro Poggio Torriana RN
Con il sostegno di: Regione Emilia Romagna
Foto: Michele Tomaiuoli
Ph Angelo Maggio

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