PS

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Nel vecchio pronto soccorso di Castrovillari, tornato a servire da ormai troppi mesi — oltre diciannove mesi, per l’esattezza — il pomeriggio sembra non finire mai, nella luce sghemba che attraversa testarda la vetrata.

Una lunga ristrutturazione sembra aver ristretto tutto: corridoi, movimenti, personale. Solo la pazienza richiesta è aumentata di volume. Le due sale d’attesa sono stanze basse e soffocanti. Venti metri quadri non riescono a reggere il metro inquieto che le attraversa, fermato in lunghezza e larghezza da sedie che, con il loro cigolio, imitano i lamenti e costringono a una vicinanza sperata, ma inattesa. Il resto è fatto di carrozzine, preoccupazioni appoggiate alle pareti, timidi sorrisi di chi esce con una fasciatura stretta.

Il triage è un piccolo imbuto, ma non c’è un numero di persone tale da costringere a muoversi con cautela. Un uomo di buona volontà misura i parametri di mio padre. La macchina strilla con un tono più solenne della signora di novantacinque anni seduta appena fuori dalla porta. Chiede una nuova scheda SD: quella vecchia è piena.

Appena concluso il triage comincia l’attesa della visita. Sarà un’attesa lunga, poco sorvegliata come la porta del bagno che non si chiude. L’arrivo di una barella blocca metà passaggio; la seconda, poco più in là, chiude la partita del facile accesso. Due guardie cercano di rispondere alle domande, raccogliendo la pazienza di cui la stanza è ricolma.

La donna bellissima di novantacinque anni è ancora lì. Aspetta da circa quattro ore. La sedia ha due ruote grandi, troppo grandi per una porcellana così minuta. Ha le mani ossute e sottili, come quelle di mia nonna negli ultimi tempi della sua vita faticosa. È stretta nel plaid. Sembra doversi proteggere dal caldo. Ogni tanto prova ad alzarsi: il suo è un esercizio minuscolo, tentato dai suoi occhi dimentichi del tempo. Invoca un nome: Vincenzo.

— Mamma, adesso arriva Vincenzo, non ti preoccupare.

Dopo pochi minuti la domanda ritorna identica: il tempo e la carrozzella non si muovono. Piange a intervalli brevi, quasi infantili. Non urla mai davvero, ma il suo lamento continuo urta contro le sedie, sfida prima il rumore della porta che si apre, poi tutte le parole della sala d’attesa e infine si mescola alle suonerie dei telefoni, s’infila tra le barelle. Alcuni pazienti cercano di ignorarla fissando il pavimento. Altri la guardano, come per trovare un posto adatto a quel dolore ripetuto.

Intanto passano i nomi di chi arriva a metà: prima un ragazzo, poi una donna con una caviglia rotta, poi un occhio bendato raccoglie la voce chiamata da un’infermiera. Un giovane ferito in barella rompe per qualche minuto l’equilibrio precario della luce malferma. Le porte si spalancano, infermieri e medici accelerano insieme in un movimento improvviso e coordinato.

Un bambino dorme con la testa sulle ginocchia di un uomo adulto, forse il padre.

Fuori dal pronto soccorso il sole sembra aver rinunciato a curarsi; dentro si accende una luce a ingannare la penombra. Quando mio padre smette di lamentarsi, Vincenzo non è ancora arrivato.

Francesco Gallo

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