Sembrò che la vergogna dovesse sopravvivergli.

Sembrò che la vergogna dovesse sopravvivergli.

Prima di ogni cosa, non è indispensabile leggere: chi scrive non ha i polpastrelli di Raymond Carver né l’acume di Umberto Eco, per cui la lettura, da questo punto in poi, è di vostra stretta responsabilità.

Cercherò, per quanto possibile, di competere con il peggio che ci ha offerto la campagna elettorale. Si sa, una volta creata una data aspettativa, non è giusto sorprendere il lettore con cose troppo diverse da quelle che circolano. Vi prometto — permettetemi il presente indicativo più usato del momento — di fare del mio peggio, pur non potendolo garantire a tutti indistintamente: il pane quotidiano non arriva sempre su tutte le tavole nella stessa misura.

Inizierei con chi il pane non lo mangia per non consumarlo e con chi lo regala a tutti: avari e prodighi. Loro sono certamente meno affascinanti dei maleducati, dei falsari e dei barattieri, dei bugiardi e dei traditori, ma come non riconoscere loro un ruolo in queste settimane sospese fra il silenzio e l’onnipresenza? Gli avari della parola hanno custodito idee e programmi come si conservano certe porcellane di famiglia: guai a consumarle in pubblico, guai a sottoporle all’usura delle domande. Comizi, interviste e strette di mano hanno mantenuto la cautela dei tempi del Covid: scansare ogni contatto che potesse intaccare il portafoglio elettorale.

I prodighi, al contrario, hanno distribuito consigli con la generosità inconsapevole di chi pesa sulla stessa bilancia qualità e quantità: dirette Facebook dall’alba al tramonto, fotografie e video registrati in automobile con tono da messaggio alla nazione. Una presenza così certa e rassicurante da non lasciare alcuna traccia in cabina elettorale. Mentre li osservavamo spingere macigni, ci siamo accorti che eravamo noi a portare il peso di cercare pensieri dietro le loro bolle. A tanti di questi va comunque riconosciuto il merito di non essere stati maleducati, di non aver meritato un’amministrazione separata, di non aver urlato, di non aver schernito, di non aver dato del miserabile — o peggio, del cretino — al candidato di turno, che magari miserabile lo ero davvero, o cretino c’era nato per vocazione.

Si sa, però, che l’inferno pretende peccati più professionali.

Più affollato è il forno dei bugiardi, che impasta parole con la fantasia. Loro sono i veri artisti della campagna elettorale. Sono quelli che affermano una cosa in un video e la smentiscono il giorno dopo in un altro. Promettono meno tasse e più servizi, più parcheggi e più verde, sicurezza e libertà, rivoluzione e continuità: a forza di alimentare versioni elettoralmente presentabili della verità, finiscono per bruciare anche la versione del giorno prima. E tuttavia, proprio per la grazia con cui si muovono tra le fiamme che accendono e per la simpatia che provo per loro, sarei disposto a chiudere un occhio.

Meno indulgenza si deve ai falsari, che fanno a gara con i barattieri, ben più pronti a mettere tutto sul banco. I primi lavorano sulla percezione. Ricordano quelli che, mostrandoti certe immagini, ti chiedono se vedi la signora vecchia o la signora giovane. Sono i prestigiatori della canzone popolare, i fotografi di facce brutte come la mia: cancellano le rughe, rimuovono le crepe, aumentano la luminosità, aggiungono prospettive alla vita dei cittadini come blocchi ai cantieri fermi da trent’anni. Sono gli alchimisti del consenso, quelli capaci di trasformare la manutenzione in una svolta, una stretta di mano in radicamento territoriale. Incontrarli al bar è un’esperienza divertente che ricorda le barzellette sui cacciatori e sui pescatori alle prese con le misure delle loro prede.

I barattieri, invece, sono uomini più pratici. Meno dediti alla bellezza e più attenti al commercio. Se i falsari vendono illusioni, loro trattano un incarico, un silenzio in cambio di una candidatura, una fedeltà a tempo determinato in cambio della promessa di un posto a un tavolo che conta. Dante li consegnò alla pece bollente, ma oggi probabilmente basterebbe lasciarli annegare in una chat WhatsApp di coalizione. Una di quelle fotografate e inviate all’avversario.

Nel mezzo restano gli elettori, che almeno all’Inferno avevano il vantaggio di sapere di essere dannati.

Più in basso di tutti, i traditori. Tradiscono idee, partiti, alleanze, tradiscono persino gli amici. Dante li avrebbe probabilmente lasciati immersi nel ghiaccio, ma oggi il contrappasso più crudele sarebbe un altro: costringerli a rileggere, uno dopo l’altro, tutti i comunicati con cui spiegavano perché non avrebbero mai fatto esattamente ciò che poi hanno finito per fare.

Anche a loro si deve dire grazie: senza traditori non esisterebbe il libero arbitrio; senza di loro probabilmente continueremmo a credere di vivere nel paradiso terrestre.

Illustrazione Marco Brancato, Inferno

Francesco Gallo

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