Il quadro e la chiave inglese: eserciziario socialista.

Il quadro e la chiave inglese: eserciziario socialista.

Nei giorni scorsi ho avuto modo di ascoltare sui social la sintesi del primo punto programmatico dell’avvocato Ernesto Bello, candidato a sindaco del Partito Democratico.

Una sintesi che provo a commentare non per il gusto della polemica, come immagino verrà detto da chi si guarderà bene dall’entrare nel merito, ma per l’assunto di fondo, che trovo francamente tra le cose peggiori che si possano proporre sulla cultura. Mi è capitato di dire la medesima cosa in una riunione del Partito Socialista e in due incontri pubblici sulla cultura a cui sono stato incautamente invitato.

Ma andiamo in ordine.

Ernesto Bello in questi cinque anni ha avuto un ruolo di responsabilità nell’amministrazione comunale. È stato assessore con deleghe al turismo, spettacolo e attuazione di Castrovillari Città Festival.

Il suo messaggio inizia così:

Per Castrovillari immaginiamo un domani in cui la cultura sia il cuore della città, non qualcosa di separato o distante, ma una forza che attraversa tutto il territorio.

Generalmente si immagina ciò che non esiste nella realtà. Si immagina qualcosa che non è, qualcosa che fiorisce dentro la nostra testa, qualcosa che Dante direbbe nascere per incantamento.

Il primo punto allora è semplice: perché questa visione non è nata il 14 ottobre 2020, da quando è stato nominato assessore? E, se è nata allora, cosa è stato fatto da quel momento ad oggi per rendere in qualche modo visibile quell’idea?

Nel passaggio successivo il candidato — già assessore — dice:

Immaginiamo una città in cui il Teatro Sybaris, il Teatro Vittoria, il Castello Aragonese non siano solo contenitori di eventi, ma luoghi vivi dove si crea e si cresce.

Qui l’affermazione suona quasi come una presa d’atto. Uno squillo.

Il Teatro Sybaris, il Teatro Vittoria e il Castello Aragonese sono stati esattamente questo: contenitori. Scatole vuote, pronte ad aprirsi per ospitare progettualità altrui, buone o meno, a seconda dei casi, ma certo non determinate dall’ente comunale, se non in casi sporadici.

Ancora, continua:

Dentro questo sistema c’è un centro di produzione teatrale attivo tutto l’anno e spazi dedicati ad associazioni di danza e culturali per dare possibilità vere a chi ha idee e talenti.

È necessario ricordare un fatto preciso: una proposta che andava esattamente in questa direzione era stata presentata da quattro associazioni professionali. Quella proposta non solo non fu accolta, ma non fu nemmeno realmente discussa. Quella proposta aveva come primo redattore Settimio Pisano (Premio Ubu per l’organizzazione di Primavera dei Teatri) e oggi Direttore Generale della Fondazione Politeama di Catanzaro.

Si arrivò invece a una doppia procedura amministrativa, conclusasi senza esito: prima per assenza di offerte, poi per offerte irregolari o inammissibili (esito dell’8 novembre 2023).

Un fallimento senza precedenti nella storia recente del Comune di Castrovillari.

Sul fatto che, in futuro, l’associazione Castrovillari Città Festival possa costruire una programmazione unica, continua e senza frammentazioni, i dubbi non sono pochi. E non sono solo miei, ma anche di diversi soggetti che quella realtà la vivono dall’interno.

Eppure, nonostante la gravità di quanto accaduto in questi anni, credo che il nodo più problematico sia un altro: quello che vorrebbe sciogliere tutto in una vera sfida:

“Trasformare definitivamente gli attrattori culturali in veri e propri attrattori turistici.”

Qui non siamo più nel campo delle opinioni, ma in quello di un rovesciamento profondo del significato delle parole.

Quando si dice che la cultura deve diventare attrattore turistico, si afferma che essa non è più un fine, ma un mezzo. Persino il luogo di produzione, ricerca e crescita evocato nella prima parte si trasforma in uno strumento atto a generare flussi, presenze, numeri. In questi anni, la filosofia del centrodestra è stata esattamente questa: guardare alla cultura come un mezzo per generare flussi turistici. In tutte le progettualità ci siamo trovati a dover rincorrere punti, aggiungendo al festival una degustazione, una visita guidata a un monumento: un’umiliazione per chi programma una rassegna, un festival, per chi vuole valorizzare un autore o un’opera d’arte.

Mi piace ricordare, e mi scuserete per questo aneddoto, un episodio raccontato da Federico Fellini durante la lavorazione de La voce della luna. Alla domanda di un giornalista circa il target del film, il genio di Rimini rispose che i produttori (in quel caso Mario e Vittorio Cecchi Gori) gli avevano chiesto di “pensare ai giovani”. Fellini rispose che doveva già pensare ai suoi personaggi, capire cosa volessero, ascoltarli davvero. Aggiungere un obiettivo esterno significava compromettere quel lavoro già così complesso e delicato.

La cultura è un organismo fragile che teme il mercato (e su questo si dovrebbe tentare di scrivere un saggio, e certo non può farlo uno con le capacità limitate come me) e rischia di ammalarsi gravemente ogni volta che entra a contatto con forme diverse di utilità (anche quelle elettorali). Mettiamola giù così: un ministro della nostra morente Repubblica avrebbe detto che la cultura non si mangia; con il teatro, l’arte, la poesia non si vive, sono cose inutili. Appena voltato l’angolo dell’utilitarismo, direbbe un maestro: un vestito vale di più di una sinfonia, una forchetta più di una poesia, una chiave inglese più di un quadro. Quando si chiede all’arte di fare altro, di attrarre, di vendere, di rispondere a una domanda esterna, inevitabilmente cambia natura. Si semplifica, si adatta, diventa consumo. Non produce più senso, ma prodotto.

Non è una posizione ideologica. È un dato.

La cultura e il turismo rispondono a logiche diverse. La prima ha bisogno di tempo, continuità, si nutre dell’errore, lo stesso di questa bagattella.

Il secondo di immediatezza, riconoscibilità, rendimento.

Confonderli, o peggio subordinare la cultura al turismo, significa svuotarla della sua autenticità. Nell’epoca della riproducibilità tecnica l’opera d’arte ha già perso la sua unicità, la sua presenza viva; accompagnarla con un’altra replicante, l’ennesima, rischia di togliere definitivamente il poco che resta.

Prima ancora di parlare di attrattività, sarebbe necessario riconoscere un dato elementare: oggi a Castrovillari non esiste una programmazione culturale pubblica strutturata. Non esiste, non solo per responsabilità comunale, sia ben chiaro, perché non abbiamo una stagione teatrale, non abbiamo una stagione concertistica, né, figurarsi, una stagione di danza. Nulla che possa dirsi direttamente programmato dall’amministrazione comunale, o di cui almeno il Comune sia partner strategico. Il cartellone culturale è un mazzo di cose tenute assieme da un vecchio spago, già usato.

Esistono associazioni, energie, competenze, ma il Comune di Castrovillari ha rinunciato da molti anni a un assessorato alla cultura degno di questo nome. Lo chiedemmo in tanti, fra i primi Dario De Luca, in una riunione pubblica con i candidati alla carica di primo cittadino nel 2020. Manca l’assessore alla cultura, manca un luogo di confronto stabile, manca, più semplicemente, una politica culturale.

E allora, in quel messaggio, l’assessore Bello mi pare che non sia già più nel campo faticoso della cultura, ma nel terreno agevole del marketing.

E il marketing, spesso, è anche di seconda mano.

È già copiato.

Ah, giusto per non dover rispondere all’ovvio: non ho nulla contro chi copia, e tanto meno contro chi lo fa bene.

Francesco Gallo

2 commenti

Cesana Ambrogio Scritto il9:18 - 30 Aprile 2026

Sono d’ accordo in tutto non per partito preso, ma perché anche io la penso così, continuare a essere neoliberale per la sinistra è solo un male .

    Francesco Gallo Scritto il11:33 - 30 Aprile 2026

    Grazie della lettura.

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